Set 282014
 

La mia antica amica Adriana che vive a Napoli, restauratrice di grande finezza, donna saggia con gli esseri umani e pazza con i cani, avverte una certa freddezza nel mio blog: non viene voglia di partecipare, mi segnala, di dire la propria opinione perché lo spazio è occupato dalle testimonianze, per quanto illustri , di donne affermate e autorevoli che intimidiscono.

Per scongiurare questo pericolo esco io allo scoperto per prima, e promuovo un inizio di dialogo con le lettrici di questo blog a partire da un’esperienza recente, quella della Scuola estiva della differenza che ha radunato dall’8 al 12 settembre nel monastero delle benedettine di Lecce docenti e studentesse, italiane e spagnole sul tema: Un punto fermo per andare avanti: saperi, lavoro, relazioni, politica”.

Era questa la dodicesima edizione della Scuola, per me la prima.

LECCE

Erano anni che non partecipavo a delle riunioni dedicate alla storia e alle storie di donne anche se il desiderio dal quale è nato questo blog testimonia che non si può cambiare il punto di vista dal quale si osserva la realtà dopo aver incontrato, seppure molti anni fa, la pratica femminista.

Matisse diceva: “non dipingo gli oggetti, dipingo le differenze tra gli oggetti”; ecco, a Lecce mi sono sentita come Matisse, costretta a rilevare le differenze tra me e molte delle donne presenti; ma aspettavo quel nutrimento di pensieri e di parole da troppo tempo ormai per considerare influenti queste diversità.

Lo scollamento con gli atteggiamenti diffusi, l’estraneità ai riti e alle pantomime collettive contrabbandate per informazione, il rigetto dei luoghi deputati, delle figure deputate e dei deputati tutti, provocano in me un senso di solitudine con il quale ormai convivo stabilmente ma che la luce di Lecce, il chiostro delle monache, suor Luciana, Consiglia, Caterina e le altre hanno atterrato e vinto.

lecce barocco

Non ho condiviso tutto quello che ascoltavo, perché non capisco più il linguaggio politico della lotta sociale, mentre apprezzo oggi, gli spazi interiori; non mi appassiono più all’impegno applicato al territorio o all’equilibrio ambientale, perchè ora considero vitale solo l’espressione artistica; apprezzo molto però, quando lo incontro, quello spirito pioneristico della frontiera che ti spinge ad andare avanti, che considera le difficoltà come un trampolino per rilanciare, una piattaforma per spiccare il volo, un punto fermo, appunto.

Ognuna con i propri mezzi e talenti, anche ridicendo per la millesima volta, le giovani, quello che le più grandi hanno ascoltato mille volte, nelle mille assemblee che hanno vissuto in questi mille anni in cui, nello spazio di un trentennio, è cambiato un paese, e tutti i suoi abitanti, come nella favola della bella addormentata, sono caduti nel sonno, ignorando che al risveglio troveranno non la Festa del Reame, ma lacrime e lutti.

LECCE convegno con suore

C’erano a Lecce studiose, docenti universitarie, alcune teologhe e poi suor Luciana del Monastero delle Benedettine, con la quale ho affrontato, insieme ad un gruppo nutrito di uomini e donne, un percorso di meditazione per tre pomeriggi.

Questa suora pratica e ascetica, ironica ed erudita, parla di infrangere gli schemi e di seguire la libertà dello spirito, che è avventura; parla della conoscenza, che perfino nei confronti di un Dio inconoscibile, per chi crede, è relazione; parla della logica della tenerezza, svalutata dallo stesso clero ed esclusa dai luoghi di lavoro e negli ambiti accademici. Suor Luciana parte dal II Testamento, da un brano sulle prime comunità cristiane in “Luca – Atti”, e arriva fino alle quote rosa, inutili perché ogni innovazione, se vuole essere proficua per la collettività, deve nascere da un percorso, da relazioni sapienti che imboccano la strada della speranza a partire dall’accettazione della realtà, non dal suo scavalcamento.

E così per me, che sono buddista, il cerchio si chiude nella chiesa del convento, dove la politica perde i contorni del conflitto e assume quelli di una prioritaria intesa con se stessi, di una chiarezza interiore, di una pulizia spirituale.

Anche l’arte credo, percorre lo stesso sentiero di scoperta e valorizzazione di sé, di riconoscimento della legittimità dei sentimenti, di apprezzamento del proprio tempo speso nel lavoro creativo, nell’esigenza di una relazione che, oltre il mercato, cerca un dialogo con l’altro.

Cosa ne pensate? Qual è ora il vostro punto fermo dal quale ripartire?

Ho seguito il consiglio di Adriana, che ringrazio: ora vi aspetto.

lecce con statue

 

 

 

  2 Commenti to “Un punto fermo”

  1. Si, anche io mi sento molto vicina alle tue considerazioni e mi fa molto emozionare il tuo risoluto coraggio di esprimerlo con così tanta forza e chiarezza. Conosci bene il mio peregrinare spirituale, ma alla base di questo, come punto fermo da cui riparto ogni giorno, e in questi giorni più di prima, c’è seguire quella libertà dello spirito di cui parli anche tu. Il mondo della conoscenza è infinito dentro l’interiorità e, come anche tu mi hai insegnato, la rivoluzioni devono partire primariamente dall’ interiorità del singolo. Come donna, lo ritengo un elemento ormai vitale, come respirare, a qualsiasi età, in qualsiasi situazione. Come genitore, sento che questo è il valore più importante da instillare quotidianamente ai miei figli: che ci riesca o no, è un’ altra storia, ma che essi crescano con l’idea di poter essere quel che vogliono, quel che amano, ovunque siano chiamati dalla loro passione a farlo, sicuri di aver approfondito e conosciuto sufficientemente la propria anima con libertà e curiosità di spirito. E’ su queste basi che secondo me si dovrebbe formare una nuova società consapevole. Non qualcosa di calato dall’alto delle istituzioni, ma dall’ interno dell’anima di ognuno.

  2. …..ehi, sono Adriana, sotto “vere spoglie”…..mi fischiavano le orecchie!!!
    Mia cara, grazie per questa “apertura”, foriera – spero- di stimolanti opportunità di un dialogo non solo accademico, ma piuttosto in grado di sondare adeguatamente l’habitus, che alberga nella spiritualità di ciascuna di noi.
    L’esperienza aristotelica del “taumazein” cioè lo stupore, la meraviglia, che si prova di fronte alla bellezza in genere, all’arte in particolare può legare spiritualmente le persone, coinvolgendole ed accomunandole in un progetto etico condiviso.
    In un periodo storico infatti, che ci permea coi suoi condizionamenti, riuscire a liberarsi da “risultati” tra virgolette, in termini di mero profitto, spingendoci a ragionare insieme – condividendo le proprie esperienze, rafforzando le relazioni interpersonali senza pregiudizi e riserve mentali – potrebbe portare, questo sì, ad una sintesi “produttiva”…:questo è il mio punto fermo.

Spiacente, I commenti sono chiusi al momento