Set 032014
 

“Una donna moderna, occidentale o araba che sia, rimane colpita dal fatto che in Arabia saudita le donne non guidano le automobili ma non rimangono a casa come si potrebbe immaginare.

Autisti, per lo più pakistani o indiani, sono al servizio delle famiglie e non solo portano le business women in lussuosi uffici, ma fanno arrivare anche semplici impiegate, insegnanti e infermiere che devono timbrare il cartellino nelle loro sedi lavorative. Tutte circolano freneticamente per le città per raggiungere i loro posti di lavoro, o per andare alle numerose associazioni femminili, senza la preoccupazione del parcheggio.

Ma forse il maggior disagio non è tanto il recarsi in un posto, perchè gli autisti fanno scendere le donne esattamente davanti agli ingressi di uffici e di scuole, quanto piuttosto il ritorno: se ci sono tante impiegate, professoresse o studentesse, che escono contemporaneamente da una stessa sede, ciascuna dovrà aspettare pazientemente il proprio autista che sarà chiamato da un guardiano per mezzo di un altoparlante.

Quando l’auto sfilerà davanti alla sua proprietaria, sarà lei a riconoscere macchina e autista, perchè è completamente nascosta dal velo e soltanto allora potrà salire in macchina.

E così non deve sorprendere se all’uscita delle scuole o delle università femminili o di qualunque altra sede femminile si scorge un’enorme macchia nera: sono le donne che più o meno pazientemente stanno aspettando il loro turno per andarsene.”

Isabella Camera D’Afflitto, introduzione a: “Rose d’Arabia. Racconti di scrittrici dell’Arabia Saudita”, edizioni e/o, Roma, 2001

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