Gen 272014
 

“Mio padre spese la sua vita nella ricerca scientifica, professione che non gli fruttava denaro; e aveva del denaro un’idea quanto mai vaga e confusa, dominata da una sostanziale indifferenza; per cui quando gli capitò di avere a che fare col denaro, lo perdette sempre, o almeno si condusse in modo da doverlo perdere, e se non lo perdette e gli andò liscia, fu un semplice caso.

Lo accompagnò per tutta la vita la preoccupazione di trovarsi, da un momento all’altro, sul lastrico; preoccupazione irrazionale, che abitava in lui unita ad altri malumori e pessimismi come il pessimismo sulla riuscita e sulla fortuna dei suoi figli; preoccupazione che gravava in lui come un fosco ammasso di nuvole nere su rocce e montagne, e che tuttavia non toccava, nelle profondità del suo spirito, la sua sostanziale assoluta, intima indifferenza al denaro” .

Scrive così descrivendo suo padre, Natalia Ginzburg in quel capolavoro della letteratura italiana del Novecento che è “Lessico famigliare”.

 

“Certo, abbiamo potuto godere di una certa tranquillità, studiavamo, facevamo dei viaggi, ma non eravamo ricchi. Mamma non aveva mercato e mio padre non ha mai abusato del suo. Mafai ha dipinto molto poco. Per intenderci, sto curando il suo catalogo generale e non arriviamo ai 1.000 pezzi, per dirla in numeri. Mio padre diceva sempre “avrei potuto riempire le case degli italiani con i fiori secchi”, ma non l’ha mai fatto.

I miei erano – e io ho preso da loro – negati a fare commercio. Mio padre aveva dei collezionisti affezionati, quello sì. Ad ogni modo i soldi in casa mia non hanno mai girato tantissimo, avevamo ciò che si dice la sufficienza. Ti dico solo che quando mio padre negli Anni Sessanta ha cambiato studio, andando via da via Margutta, gli ho dovuto imprestare io i soldi per il trasloco. Poi me li ha ridati, ma rende l’idea”.

In un’intervista, Giulia Mafai risponde così alla domanda sulle condizioni economiche dei suoi genitori: Mario Mafai e Antonietta Raphael.

 

Mi piace ricordare Antonietta e Natalia, oggi, in questa giornata che per me è anche una giornata di lotta contro il pregiudizio, la diceria, la calunnia; e il vizio della generalizzazione, che, geneticamente sterile, è capace tutt’al più di produrre battute e barzellette come quelle sulla parsimonia degli ebrei.

Le vite di queste donne, all’ombra di famiglie colte e austere, sono state costellate di sacrifici, rinunce, dolori; e su tutto è stato il loro progetto artistico a vincere, l’impulso e il rispetto della propria creatività.

 


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