Ott 282014
 

 

“Sono il soggetto che conosco meglio”: giustificava così i suoi autoritratti Frida Khalo, denunciando con discrezione la sua eterna solitudine, coltivata dall’infanzia; quella feroce intimità con se stessi che solo la malattia fa conoscere bene.  E come fosse dentro Frida, Frida lo sapeva bene e la ritraeva con quello sguardo severo, fremente, un muto interrogativo.

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La sua unica scuola era stata il dolore, in quel Messico d’inizio Novecento che si preparava alla rivoluzione, dove fin dall’infanzia, aveva ingaggiato contro il dolore fisico e spirituale una lotta senza quartiere, che a tratti la vedeva soccombere ma che, nel tempo, l’ha resa vittoriosa grazie al dono di un’arte che rivela oggi la sua esplosiva modernità.

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A sei anni si ammala di spina bifida e ne esce con una gamba atrofizzata; su un autobus di Città del Messico, nel 1925, resta vittima di un pauroso indicente che le spezza la colonna vertebrale. Ma non è solo il corpo a straziarla di dolore: quando sposa Diego Rivera, vent’anni più di lei, carismatico, grasso, brutto e indispensabile alla sua vita, non immagina che ne dovrà subire i continui tradimenti, e che un giorno lo troverà a letto con sua sorella.

“Ho avuto due gravi incidenti nella mia vita”, spiegava Frida, “uno su un tram, l’altro è Diego”.

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Medicina, consolazione, strumento di conoscenza e di riscatto, arma di vendetta sono per Frida l’arte e i suoi quadri.

“Io non dipingo per vanità” sentenzia di fronte a Diego, quando, ragazzina, sottopone a quella gloria nazionale dell’arte messicana i suoi disegni; a Rivera la forza interiore, l’urgenza espressiva di quelle prime opere sarà chiara da subito: dirà in seguito, ricordando quel primo incontro: “Negli occhi le brillava uno strano fuoco”.

Il loro amore diventa leggendario e oltrepassa i confini del Messico; frequentano il jet set internazionale, viaggiano in Europa e nell’America del Nord.

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Conoscono artisti, critici, filosofi, politici; durante un viaggio in Russia per risvegliare la gelosia di Diego flirta con Trockij.

Frida, animatrice e partecipe dei movimenti pittorici e artistici del suo tempo, è famelica di novità e sperimentazione, mette in dialogo le tradizioni del suo popolo e del suo paese con le avanguardie europee, con la spiritualità orientale, con le lotte politiche dell’internazionalismo comunista. Un sincretismo che allarga l’orizzonte e inquadra quella sua irrevocabile urgenza di comunicare sentimenti e passioni, nella storia artistica del Novecento.

Frida con Diego in braccio

 

Una surrealista creatasi con le proprie mani, la definì Breton, che apprezzava la magia delle sue tele, intrise di personaggi, demoni, animali fantastici, che partivano dalla crudezza della realtà per trasfigurarla in allucinazioni dell’anima.

Frida Moses

Appartengono agli ultimi anni della sua produzione opere che abbandonano il realismo magico e si proiettano nel futuro di visioni astratte in cui è il colore a dare forma ai sentimenti.

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A luglio del 1954, quando muore, la seppelliscono con la bandiera comunista nella bara; aveva quarantasette anni.

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Intorno alla figura di Frida Khalo si è costruita negli anni la mitologia di un’eroina popolare, esaltata anche da un film con Salma Hayek che ha consacrata entrambe star del box office artistico mondiale.

Ovunque si tengano le sue mostre, si formano fuori  interminabili file ed è accaduto anche a Roma alle Scuderie del Quirinale, dove il merchandising che la riguarda faceva bella mostra nel bookshop del museo.

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Non so spiegare com’è che questi fenomeni suscitano in me una specie di compassione per l’artista, una tristezza per l’ inevitabile riduttività di queste operazioni commerciali che pure testimoniano, io credo, in chi acquista un quadernetto con la faccia di Frida, un affetto sincero. Ma anche un modo di rubare l’anima, di portarsela a casa, di renderla prigioniera su uno scaffale o una scrivania; peggio poi se è un modo di rivendicare che io c’ero, che io Frida l’ho vista: ho comprato pure il calendario!

A Torino, nel Museo del Cinema, è custodito in una teca un pò nascosta il busto di Marilyn, un busto enorme, una succosa lingerie, lontana dal minuto strumento di tortura che fu il mitico busto di Frida, anch’esso oggetto di un’attenzione reliquiaria; entrambi ci parlano di vite segnate da uno stesso destino, fragile e potente: come sono le donne.

Frida due donne

 

 

 

 

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