Ott 072013
 

Sono Rrose Selavy, una brunetta seducente, maliziosa, elegante. Nella foto scattata da Man Ray, porto un cappellino e un collo di volpe, le mani però non sono mie, me le ha prestate Germaine, la compagna del pittore Picabia. Sono nata nel 1920 dalla mente di un grande artista, anzi io sono il grande artista, io sono lui, Rrose Selavy alias Marcel Duchamp.

Duchamp_vestito_da_donnaSono donna ed ebrea, il mio nome suona come l’Eros è la vita, ancora uno scherzo, un gioco di parole di Marcel, contro la stupidità di tutti i razzismi. Marcel è un tipo discreto, non ama parlare di sé, anzi preferisce non farsi notare, ma tutti, uomini e donne, sono attratti irresistibilmente da lui. Più lui si ritrae, più mostra indifferenza per il consenso e la fama, più gli altri lo cercano e lo amano.

Sentite cosa scrive di lui il giovane Pierre de Massot che lo conosce a Parigi nel 1921: “Fin dal primo istante ammirai quel volto, quel meraviglioso profilo dalla purezza ineguagliata, quell’eleganza regale nel vestire, nei gesti, nel parlare, quella sorta di dandismo altezzoso mitigato da una gentilezza fra le più squisite.”

Le donne gli si concedono e accettano da lui comportamenti che ad altri uomini non perdonerebbero. Mary Reynolds, un’americana indipendente ed energica ne sa qualcosa:  “Lei soffre. Marcel, è un dissoluto ha amato e forse ama ancora donne molto volgari. Lui va a trovarla ogni giorno, ma nasconde la loro relazione a tutti, scende dal loro taxi cento metri prima di arrivare a casa degli amici. Lei lo ama, lo crede incapace di amare. Marcel le resiste per proteggere la sua vita, la sua tranquillità, la sua solitudine, le sue partite a scacchi, le sue fantasie amorose”.

Sono Rrose Selavy, uno dei pedoni nella scacchiera di Marcel. Gli scacchi saranno la grande passione della sua vita, l’unica in grado di sconfiggere la sua orgogliosa pigrizia.

“I pezzi si muovono”, sosteneva, “si incastrano, si distruggono, sono sempre in movimento ed è questo che mi attira.”

duchamp agli scacchi

L’artista al centro del mondo, il suo piacere, il suo divertimento, come quello di mettere i baffi a Monna Lisa;  le sue invenzioni sembrano casuali, e quando prende una ruota di bicicletta e la fissa ad uno sgabello da cucina, dice che lo fa solo per distrarsi: da lì però inizia la rivoluzione dell’arte contemporanea.

“Arte o anti arte, e’ stato il mio problema al ritorno da Monaco nel 1912, quando ho dovuto prendere la decisione di abbandonare  la pittura pura per se’ stessa e introdurre elementi estranei alla pittura stessa. Per me era solo modo di uscire da un solco pittorico . La parola anti arte , che in verità non mi piace per niente, e’ altrettanto arte che l’arte. Non e’ arte ma UN’ arte”.

Sono Rrose Selavy, il suo ready made vivente, uno dei suoi capolavori, per lui che volle fare della sua vita un’opera d’arte, anziché passare tutta la vita a fare quadri o sculture. Odiava le sue mani, voleva liberarsene, per questo abbandonò la pittura. Dalla sua “Fontana” in poi tutta l’arte del novecento gli deve qualcosa. Breton non si sbagliava quando lo definiva l’uomo più intelligente del XX secolo.

Da Parigi all’America, dalla Germania all’Argentina, frequenta tutti quelli che contano nel mondo dell’arte; le notti a Montmartre come a New York non finiscono mai tra feste, bevute, discussioni; ma passa giorni di completo isolamento. “Bisogna contare solo su sé stessi”, dirà, “bisogna essere soli”.

Per questo sarà contrario al matrimonio perché prevedeva “troppa zavorra, una moglie, dei figli, una casa di campagna, l’automobile”. L’erotismo invece, no, quello è stato sempre per lui una cosa seria, la libertà, una via di fuga per l’inconscio. Io ero la sposa, ma per Marcel, l’uomo è orfano, ateo, celibe. Dal 1923 l’ho visto lavorare al Grande Vetro, l’opera della sua vita, proprio come la Gioconda sarà l’opera di una vita per Leonardo.

Nel 1968, discretamente, senza disturbare, una notte di ottobre, io e Marcel ce ne andiamo.

Dopo la cremazione del corpo, tra le ceneri trovano le chiavi di casa di Marcel, come se avesse voluto portare con sé il suo segreto, la porta d’accesso alla sua creatività. Lo seppelliranno con quelle sue chiavi. Le parole sulla lapide sono state dettate da lui: “D’altronde sono sempre gli altri che muoiono”.

duchamp sipario

“Duchamp – Re-made in Italy”, alla Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma fino al 9 febbraio 2014.

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