Gen 142015
 

E’ capitato a molti, credo, di recarsi nella camera ardente di un ospedale per rendere l’ultimo omaggio ad una persona cara.

Di solito si arriva lì vincendo una caccia al tesoro per corridoi e scantinati, attraversando i labirinti di una Gotham City sanitaria, orrida e infelice, segnata da condotte dell’aria e materiali di risulta.

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Ingresso della camera mortuaria del CTO a Roma

Perchè il luogo delle camere ardenti degli ospedali è sempre, comunque, il più lontano possibile dallo svolgersi della vita quotidiana, da quell’andirivieni di visitatori, ospiti, pazienti, che caratterizza il procedere normale e rassicurante delle attività in un luogo di cura.

Sembra che la morte, nella routine di un ospedale, sia un tragico inconveniente che non merita ascolto e accoglienza.

In quelle stanze lontane, al dolore del lutto, si somma lo squallore del degrado, la fatiscenza di ambienti dove la transitorietà della sosta non può giustificare la mancanza di qualunque conforto: nessuna privacy, solo pareti scrostate, sedie scompagnate, suppellettili abusate.

In quei luoghi non è consentito alcun  riconoscimento alla solennità del momento; nessuna comprensione per una vita che, con dignità, merita di essere salutata; nessuna partecipazione emotiva o affettiva al dolore dei parenti e degli amici; nessuna consolazione, nessuna riflessione, non un pensiero alto.

Anzi, l’insinuarsi di un sospetto: quello di subire una meritata punizione. Forse l’inevitabile reazione ad una colpa? del defunto, dei parenti, degli amici, nostra?

Una morte così scadente è l’opposto di quella apparecchiata, esibita, rituale, che le bande armate dell’Isis propongono alla platea globale dei social e dei media e che fa immaginare il condannato lungamente in attesa della sua esecuzione mentre si preparano telecamere, si accendono luci, si sceglie l’inquadratura e qualcuno porta il costume di scena, la tuta di Guantanamo.

Sarà per la lentezza di quella mise en scene che l’orrore di una singola morte è così potente e coglie alla sprovvista un occidente assuefatto ad altre morti, quelle  nascoste, frettolose, di uomini, donne, bambini spazzati via da bombe e razzi israeliani, decimati e sgozzati a migliaia in Africa, annegati nei mari di nessuno, spariti nelle carceri siriane, bruciati dai narcos messicani.

Non è l’unicità di quella morte a spaventare, ma il primo piano che si merita, il riconoscimento di una solennità, seppure aberrante, che la morte riconquista e che fa fermare lo sguardo, il tempo, il respiro. Quell’uomo sta morendo, lo sa, e il suo boia celebra un rito antico, quello che attirava la folla sulle piazze di Parigi, e schierava mamme e bambini davanti alla ghigliottina. Quei bambini che oggi, sempre davanti ad una telecamera, vera arma di distruzione di massa del terrorismo islamico, compiono la loro iniziazione giustiziando prigionieri inermi.

Un antico modo di morire torna a segnare la modernità di questo tempo che ha dimenticato la morte e la teme.

Per chi teme la morte, non c’è scampo in una battaglia convenzionale; servono armi nuove, un nuovo umanesimo radicale, la scelta di un’opzione utopica, una volontà di rinascita.

Serve follia e creatività per annientare il peso culturale e morale di questa supremazia della morte che tanto più si afferma quanto più gli uomini e le donne vivono dimenticandola.

L’arte da sempre è in guerra contro la morte; anzi l’arte è fino ad ora, l’unica pratica che gli esseri umani hanno esercitato per sconfiggere l’impermanenza della vita, la sua transitorietà.

Ed è in virtù di questo tacito riconoscimento del loro potere visionario e profetico che gli artisti hanno svolto una funzione sociale nella vita degli umili e dei potenti nella storia dei secoli passati.

Oggi, questo ruolo degli artisti è fortemente in crisi: le immagini in eccesso, gli infiniti schermi della vita quotidiana planetaria, hanno modificato la percezione e la definizione di arte; i concerti delle pop star, i video musicali, le sfilate di moda, l’estetica diffusa del tatuaggio, i corpi palestrati, la nail art, tutti fenomeni di un’illusoria arte pret a porter, segnano la fine di un processo di produzione intellettuale, e indicano nel contempo, il punto più basso di influenza degli artisti nel mondo contemporaneo, la loro impossibilità di segnare con un gesto la realtà e le anime.

Guardiamo quello che accade in l’Italia: l’opera d’arte contemporanea vive nelle gallerie, abita le case dei collezionisti, popola giardini privati, si esibisce in grandi eventi di carattere internazionale; non si intreccia con gli affanni e le gioie quotidiane, non si mostra nei percorsi abituali della vita di borghi e metropoli, non offre il suo potenziale di interpretazione critica del reale; l’arte è assente dalla vita pubblica perché l’arte pubblica non esiste più.

La crisi economica e finanziaria fornisce un alibi impeccabile alla scomparsa della committenza pubblica, le cui radici sono prima di tutto culturali, come dimostra l’assenza di qualunque formazione artistica della maggioranza di politici, assessori e funzionari; basta guardare i moderni decori urbani che “abbelliscono” piazze e giardini italiani.

delfino isola d'elba

Viene da chiedersi perché oggi gli artisti non siano chiamati a dare il loro contributo di idee e di immaginazione; perché, ad esempio, non siano coinvolti in un processo di riabilitazione emotiva della morte, di celebrazione del gran finale dell’umanità.

A loro, agli artisti potrebbe essere affidata la riqualificazione sentimentale delle camere mortuarie negli ospedali, l’accoglienza spirituale di coloro che vi transiteranno, la consolazione che solo l’arte, non perché bella ma perché utile, può dare al dolore.

Varrebbe la pena di immaginare un piano nazionale di committenza, pubblica e privata, per la progettazione di simili interventi.

Un progetto da studiare con gli artisti e con gli architetti, ma che la politica e la società dovrebbero sentire proprio perché ambientato nel più riposto, privato e insieme collettivo luogo dell’anima.

Un progetto che preveda la collaborazione delle istituzioni, che impegni la comunità dei medici e i territori, sponsor privati e fondazioni bancarie.

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Retro della camera mortuaria del CTO a Roma

“Salute è solo un aspetto della salvezza” scrive Ines Testoni nella presentazione del convegno “Seeing beyond in facing death”. Vedere oltre” che si è tenuto a fine settembre all’Università di  Padova.

Morire è solo un aspetto della vita: la sua qualità dipende da noi.

 

 

 

 

 

 

  2 Commenti to “Morire non è un inconveniente”

  1. sacrosante le tue parole, paola….tutto quello che hai detto sul profondo legame-rapporto tra arte e morte, sulla fuga di oggi dal fatto in se stesso come se negandolo potesse scomparire etc. Mentre leggevo mi venivano in mente numerose immagini di veglie funebri paesane, quand’ero ragazza ma anche più tardi, …nel paesino di origine della mia famiglia, in sicilia e anche a oriolo romano, 2000 anime, vicino roma.
    A quei tempi era rarissimo morire in ospedale. Le veglie si facevano a casa, con il morto disteso in mezzo a tutti, in salotto, senza nemmeno tutti i ceri che si vedono in certi film di costume. Mia suocera sembrava addormentata ma anche un po’ immusonita xché tutti parlavano e a lei non era permesso. Le case erano aperte al paese intero, c’era un via vai incessante di persone, anche curiosi , ma tutti partecipi con quell’aria tra il rassegnato e l’ironico : lacrime e risolini isterici coabitavano senza nessuna meraviglia dei partecipanti. Alcune storie d’amore potevano nascere in quelle lunghe ore, il caffè era offerto incessantemente e il tempo scorreva in una magica atmosfera di condivisione, accettazione, appianamento dei dolori. Anche i più colpiti dal lutto passavano dalle lacrime alle preghiere ai sorrisetti complici per qualche episodio imbarazzante che poteva accadere. Ho sempre riportato da queste veglie una sensazione di quiete, di calore umano e di pietà profonda ma non dolorosa, piuttosto intenerita, per i vivi e per i morti.
    (scusa paola, sono grafomane quanto logorroica! ahahaha)

    • Che bella l’immagine di due che si innamorano ad una veglia funebre! Penso fosse proprio possibile perchè, oltre alla tristezza, in quelle circostanze si finiva forse col provare un sentimento di incoraggiamento, quello che viene dal sentirsi partecipi di un equilibrio naturale, cosmico; il contrario di quel senso di solitudine e insensatezza che arriva oggi dopo che le porte di una chiesa si chiudono alla fine di un funerale o, peggio, sui gradini di un’anonima stanza “laica” dove si rifugiano gli atei.
      La fretta non rende giustizia alla morte, la rende sterile.

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