Mag 052014
 

Masterchef e Reynolds, Turner, Hogarth..

 

masterchef

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Per anni non ho mai preso un’audioguida ad una mostra.

Per timore di sentirmi obbligata ad un percorso, impedita nei movimenti da quell’apparecchio con i fili, limitata nella libertà di sosta, in quell’andare e venire, stare e muoversi, ondeggiare e partire che appartiene alla mia intima routine, al mio ritrovarmi davanti ai quadri.

Non ho cambiato idea sulle audioguide ma, come per molte altre cose nella mia vita recente, sto provando l’ebbrezza di non avere pregiudizi; così mi sono infilata una cuffia e sono entrata a vedere “Hogarth Reynolds Turner. Pittura inglese verso la modernità”.

Ottimo! Musica adeguata e coerente al contesto, informazioni dettagliate, collegamenti utilissimi tra le opere, tra gli artisti, tra l’arte e la società inglese del XVIII secolo.

Ma c’è qualcosa che nonostante tutto, mi provoca disturbo, una specie di interferenza, più precisamente un sospetto, l’ombra di un’insufficienza: forse qualcuno pensa che i quadri non bastino, che si debba riempire il vuoto del silenzio di una mostra con un contenuto sonoro, musica e speach, che serve a fornire informazioni, che sono sì salutari, necessarie, e chi potrebbe negarlo! ma che ormai si intrufolano negli spazi di ogni occasione, perduta al tempo dell’osservazione muta delle cose e dell’ascolto di sé, e affidata all’ascolto del pensiero altrui, che indica, suggerisce, guida.

I curatori di una mostra, ma ancora di più i produttori dell’evento, temono forse che l’arte non sia abbastanza per motivare il pubblico; che tele, disegni o sculture, non soddisfino una platea addestrata alla molteplicità degli stimoli, circondata, nella quotidianità, da una massa di schermi che propongono immagini perfino su un autobus o nella sala d’attesa di un dentista, stordita dal rumore, spacciato per musica, di ristoranti e negozi, perennemente delocalizzata da se stessa, attaccata com’è al cellulare mentre passeggia o è al volante di un’auto.

E’ accaduto anche all’Ara Pacis di soffrire, secondo il parere degli organizzatori culturali romani, di questa insufficienza, tanto da doverla arricchire, fino a nasconderla del tutto, con gli abiti di Valentino o il design del Made in Italy, con le tante mostre allestite quando abbondavano i denari nella Capitale, e la cui sospensione è uno dei meriti indiscussi dell’attuale spending review.

valentino ara pacis 2

E’ la simultaneità come stile di vita che trionfa e che sta affondando un altro dei miti del passato: la diretta televisiva, i cui tempi morti, quelle pause dovute alla natura umana dei conduttori e della squadra tecnica, sono oggi sempre più difficilmente tollerati dal pubblico, assumono sembianze impudiche, svelano imprecisioni e titubanze che mettono a disagio.

Così un meccanismo perfetto come Masterchef trasmesso su Sky, si impenna proprio nell’ultimo quarto d’ora dell’ultima puntata, voluto in diretta, e fa crollare ascolti e miti, rende umani quei cuochi cattivi che sulla loro artificiale, perché registrata, superba perfezione hanno fondato le loro fortune. Il passaggio da automi patinati a uomini emozionati non gli viene perdonato.

Ci stiamo abituando alla perfezione precotta, e questo di per sé non è un male perché vorrebbe dire che per la televisione si aprono orizzonti sconosciuti e inesplorati se da strumento di riproduzione (e produzione) della realtà, si trasformasse finalmente in strumento immaginifico e creativo.

Ma per il momento, quello che appare evidente in molta parte delle serie e dei talent televisivi, è la tendenza ad una perfezione artefatta, costruita su ritmi inumani, dettati dalla grammatica del montaggio, modellati su aspettative originate dall’abitudine, conformi, ripetitive.

Un’ espressività la cui qualità è certificata dalla reiterazione, da una rassicurante riconoscibilità.

Ma, a pensarci bene, è quello che è accaduto per secoli nell’arte, quando era il rispetto delle regole dell’iconografia sacra a dettare le leggi della rappresentazione, e ad orientare il gusto popolare e le richieste dei committenti. E che è accaduto anche nell’Inghilterra del Settecento, nel percorso della sua ritrattistica, della sua pittura di paesaggio, dei suoi conversation pieces.

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Forse Masterchef, Reynolds, Turner e Hogarth sono meno lontani di quanto sembra.

Come dice Benigni tra noi e Dante, in fondo, ci sono solo dieci uomini di settant’anni.

 

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