Mag 182014
 

E’ un privilegio ospitare sulle pagine de lebuoneculturali la testimonianza di Marcella Frangipane, un’archeologa di fama mondiale che, in un altro paese, sarebbe una vera e propria gloria nazionale; molto stimata e conosciuta negli ambienti accademici internazionali, meriterebbe in Italia un riconoscimento “popolare”, una comunicazione diffusa del suo lavoro, attraverso i media e la scuola. Con Magazzini Einstein le abbiamo dedicato alcune puntate di un ciclo dal titolo “La passione della memoria” . Ma di questo parleremo un’altra volta. Ora la parola a Marcella.  

Vorrei solo che osservaste in questa foto le scarpe di Marcella: la dicono lunga sulla sua modestia e tenacia, sulla sua concezione della vita e del lavoro; sul posto minimo riservato alle apparenze. 

Frangipane Dottorato HonorisCausa (1)

Conferimento del Dottorato Honoris Causa da parte dell’Università di Malatya (Turchia).

D La sua decisione di lavorare nel campo dei beni culturali: da dove nasce e con quali motivazioni?

R Mi sono appassionata alla ricerca archeologica e in particolare alla preistoria durante gli studi universitari. Sono rimasta affascinata dalle lezioni di Salvatore M. Puglisi e di Alba Palmieri, e dalle potenzialità, che loro mi hanno fatto cogliere, delle ricerche sulle origini di fenomeni cruciali di trasformazione delle società più antiche, come la nascita delle prime comunità agricole sedentarie o quella delle prime società gerarchiche. Il dato archeologico come fonte di comprensione della storia e di analisi delle dinamiche sociali, politiche ed economiche delle comunità umane alla base del nostro stesso presente, era questo che mi aveva subito attratto.

La ricerca preistorica appariva già allora una combinazione di ricerca storica (la dimensione del tempo era fondamentale) e antropologica, ossia studio delle dinamiche e dei processi di riproduzione e trasformazione della società. Interpretare i dati archeologici, ossia i resti della cultura materiale, specie relativamente a periodi senza scrittura, era come decifrare segni sconosciuti di un linguaggio ignoto, che si andava ricomponendo per progressive approssimazioni.

Frangipane sullo scavo 1_ agli inizi della sua carriera

Marcella sullo scavo di Arslantepe agli inizi della sua carriera

Non ho mai avuto miti da Indiana Jones. Era questa curiosità per il nostro passato, quello vero, non mitico, che sin da allora mi interessava, e oggi capisco che questa è la scienza, una continua ricerca e  approssimazione alla realtà, senza mai riuscire a raggiungerla.

D I beni culturali dimenticati e sottovalutati: perché vale la pena occuparsene?

R Per tutte le ragioni che ho detto prima. I beni culturali sono tante cose insieme: sono opere della creatività umana (le opere d’arte), sono opere del vivere quotidiano, rimaste fino a noi come traccia della storia trascorsa (i beni archeologici), sono i luoghi di questa vita passata (i siti archeologici) e i luoghi dell’oggi in cui conserviamo tutte queste cose insieme e le spieghiamo e riveliamo al pubblico, trasmettendo il lavoro scientifico che ce le fa conoscere, o almeno così dovrebbe essere (i musei).

Sono quindi tante le ragioni per cui bisognerebbe occuparsene: perché ci consentono di studiare e capire il nostro passato e, attraverso di esso, il nostro presente, perché creano conoscenza e percezione di sé, perché permettono a tutti di fruire della storia propria e di quella degli altri popoli, aiutando la comprensione e la relazione tra le culture e le civiltà di questo pianeta.

I cosiddetti “beni culturali” sono dunque una ricchezza collettiva, che fonda l’identità di un popolo o di un insieme di popoli, che può essere condivisa con altri nel momento in cui viene resa fruibile, restituendo così la dimensione universale della storia dell’uomo.

Infine, dal punto di vista dei benefici economici, la loro corretta gestione può divenire fonte di lavoro per molte giovani generazioni, nonché di introiti diretti per il paese che li possiede, tramite la promozione di un ‘buon’ turismo.

La cultura “non si mangia” ma dà da mangiare, in molti sensi.

Frangipane sullo scavo 2

Marcella ad Arslantepe nel 2008 con il suo cane e un collaboratore al nuovo avvio degli scavi nell’area Ittita del tell.

D Il suo lavoro: un piacere personale o una responsabilità civile.  Ogni mattina cosa la spinge a rinnovare il suo impegno quotidiano?

R Il mio lavoro mi piace, e anche molto. Ma mi piacerebbe di poter sentire che questo lavoro è considerato socialmente utile nel mio paese. Purtroppo raramente questa sensazione si può vivere in Italia.

La considerazione del valore sociale della ricerca scientifica in generale, e di conseguenza anche delle scienze umanistiche e dei Beni Culturali, è purtroppo molto più alta in altri paesi, e gli stessi risultati che noi otteniamo sono molto più ampiamente apprezzati altrove.

Vengo adesso dagli Stati Uniti, dove sono stata eletta Membro Straniero della National Academy of Sciences, onore riservato a pochi, grazie ai risultati ottenuti con il mio, e con il nostro lavoro, perché il lavoro archeologico è per sua natura un lavoro di equipe.

Per le stesse ragioni sono stata anche nominata membro corrispondente dell’Istituto Archeologico Germanico di Berlino; ma non mi pare che le ricerche che noi conduciamo godano di pari considerazione in Italia. Io comunque vado avanti, e, anche se a volte sono stanca, alla fine il valore delle cose si afferma comunque e sono contenta di continuare a impegnarmi qui (perché lo considero un impegno civile), anche per gli studenti e i miei collaboratori, che lo meritano.

Frangipane Arslantepe_Il palazzo 3350-3000 a.C.

Arslantepe, il palazzo del IV millennio a.C., primo esempio conosciuto di palazzo pubblico.

D Dal 1990 lei dirige la missione archeologica italiana nell’Anatolia Orientale, e lo scavo di Arslantepe, sito di fama internazionale. Quali sono i maggiori ostacoli che incontra sul suo cammino professionale? La burocrazia? Quando?

R I principali ostacoli sono la mancanza di fondi e proprio la burocrazia, oltre alla difficoltà di dar lavoro ai giovani che formiamo e di cui avremmo assoluto bisogno. Il ‘quando’ incontriamo questi ostacoli non si può dire perché è una lotta quotidiana.

Io spendo moltissimo tempo a fare cose che in teoria non mi competono e che potrebbe fare del personale più adeguato e che non ha richiesto l’investimento in formazione che ha richiesto un professore.

Frangipane Open Air Museum_Entrance to the 4th mill.palace

Arslantepe 2011. Ingresso al palazzo del IV millennio musealizzato.

La burocrazia, spesso scollegata da un’effettiva funzionalità, è un grosso problema del nostro paese, è un retaggio di sistemi statuali farraginosi, ed è cresciuta con il clientelismo e il boom economico degli anni ’60. Ma tutti dicono di volersene liberare, e nessuno fa niente al riguardo (basti pensare alla creazione di un ministero per la semplificazione amministrativa e ai suoi risultati…..!!).

Fare qualcosa vorrebbe dire prima di tutto partire da un’idea di efficienza dello Stato e da un senso profondo delle istituzioni e del nostro farne parte: i mille controlli e lacci sono in teoria finalizzati ad arginare corruzione ed abusi, ma nei fatti creano difficoltà a tutti, anzi maggiormente a chi gli abusi non li compie, e a causa di questi ostacoli non riesce a lavorare.

E’ il senso di “cosa pubblica” nel vero significato del temine che ci manca, così come ci manca il senso dello Stato come parte di noi.

L’efficacia del lavoro e del risultato dovrebbe essere il primo obiettivo di ognuno, perché riguarda la vita di tutti; invece, nonostante le retoriche sulla meritocrazia così onnipresenti in questo momento, non se ne percepisce l’importanza. Il pubblico va difeso facendolo funzionare, non proteggendo masse di clienti, che vi si sono adagiate.

Mentre proprio nei settori dei Beni Culturali e dell’Università il blocco delle assunzioni crea problemi seri. Ad esempio, le istituzioni pubbliche di ricerca e di tutela non assumono più personale professionale tramite concorsi pubblici, generando disoccupazione tra i giovani che si preparano per questo mestiere e per la cui formazione lo Stato spende molti soldi, mentre affidano il lavoro a cooperative e ditte private sulle quali non c’è alcun controllo di professionalità, alimentando una crescente precarietà dei giovani che a questo mestiere si vogliono dedicare.

E’ una rinuncia dello Stato alle sue vere prerogative, mentre, per altro verso, esso non rinuncia ad opprimere i suoi cittadini con pastoie burocratiche di ogni genere!

D Qualche volta ha sentito che le difficoltà mettevano a rischio la sua salute, se non altro mentale?

R Direi di no, a volte stanchezza e voglia di andarsene. Ma poi alla fine quando si riesce a dedicarsi al proprio lavoro, spesso si acquista serenità.

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Marcella sullo scavo nel 2013 appoggiata al muro di un edificio del 2900 a.C.

E questo è tanto più vero nel nostro caso in particolare, perché, l’allontanarsi con la mente in una prospettiva temporale dilatata e con il corpo in altri paesi e aree geografiche aiuta a riportare le cose in una dimensione più corretta, permettendo spesso di ridimensionare problemi e questioni che ci travolgono nel vivere quotidiano.

Certo io lavoro nella ricerca universitaria e non devo quindi occuparmi direttamente della tutela e dei tanti altri problemi che devono affrontare i colleghi che operano quotidianamente sul territorio e che comportano molti più stress. Noi gli stress li viviamo piuttosto nella vita accademica.

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Archeologi e operai al lavoro ad Arslantepe (2012).

Nel mio caso poi, io non riesco a fare quasi mai vacanze, perché, quando l’università sospende l’attività didattica, vado a scavare all’estero con un impegno totale per almeno due mesi, due mesi e mezzo; e quando rientro, è già tutto ricominciato. Ma anche questo, come ho detto, mi permette di distaccarmi totalmente dai problemi quotidiani che ho quando sto in Italia e, se pure, essendo la direttrice della missione, ne devo affrontare tanti altri lì sul posto (rapporti con le autorità del paese, coordinamento del gruppo di lavoro, rapporti con altri specialisti, rapporti con gli operai, ecc..), questo periodo, pur di lavoro intenso e ininterrotto, mi riposa mentalmente.

Certo ciò accade anche perché l’attività di ricerca sul campo mi piace e il nostro scavo offre sempre tante novità e sorprese che stimolano moltissimo rimettendo continuamente in gioco le conoscenze acquisite. E questo è molto gratificante, e anche divertente.

Frangipane Visita casa tradiz. turca

Visita in una casa tradizionale turca nella regione di Malatya con le autorità del posto e omaggio di porcellane locali.

D Nel suo campo professionale si rileva un’elevata presenza di donne, molte delle quali hanno anche raggiunto posizioni gerarchiche apicali. Quali sono, secondo lei, le ragioni di questa femminilizzazione?

R L’elevata presenza di donne è vera, il fatto che ‘molte’ abbiano raggiunto posizioni direttive e di potere non mi sembra altrettanto vero, almeno nel mondo accademico. Le donne nelle scienze umane sono tante, ma, nonostante le loro carriere scientifiche spesso brillanti, una minoranza raggiunge posizioni di vertice. Le ragioni sono varie, ma penso che influisca anche una mentalità e un retaggio culturale di disabitudine al potere, che forse, però, produce anche un effetto per certi versi positivo: ossia la passione scollegata dalla ricerca del potere (non sempre, ma nel caso di molte donne).

Spesso le donne, per la stessa ragione, credo, manifestano anche un maggiore “spirito di servizio”, almeno questa è stata la mia esperienza. Un modo un po’ diverso insomma di concepire il mestiere, che in molti casi (non sempre naturalmente) porta le donne “dirigenti” ad ottenere ottimi risultati.

D Il lavoro di cura nel settore dei beni storico artistici presenta delle caratteristiche che si possono attribuire ad una qualche “innata” vocazione di genere, assimilabile a quella destinata alla famiglia, ai bambini, agli anziani?

 R Questa è una domanda difficile. Bisognerebbe anche domandarsi perché ci sono così poche donne matematiche o ingegnere, mentre ce ne sono molte di più nel campo della biologia o delle neuroscienze. Non saprei. E’ un tema che può diventare esso stesso oggetto di ricerca.

D Sarebbe arbitrario mettere in relazione la sottovalutazione sociale, la scarsezza di risorse finanziarie del settore dei beni culturali in Italia, con la forte presenza femminile?

R Questo penso che sia un buon argomento. Potrebbe anche essere una delle ragioni, ma non la sola.

D Nella sua esperienza di lavoro, avrà incontrato molte colleghe; c’è qualcuna di cui vuole segnalarci il lavoro?

R Forse una delle donne più significative nel campo dei Beni culturali è stata Enrica Fiandra, donna piena di curiosità scientifiche, coraggio personale, immaginazione e creatività, pioniera in un settore innovativo della ricerca, che è riuscita anche a raggiungere in anni passati, quando questo era ancora più difficile, una posizione di vertice, quella di Ispettore Centrale dei Beni Culturali, conquistata in modo molto naturale e pulito.

Oggi Enrica Fiandra ha 88 anni e vive in Piemonte, sua regione di origine, in una casa di quasi campagna. Segue però tuttora tante attività e siamo sempre in contatto.

D Abbiamo lanciato l’ipotesi della formazione di una lobby – termine scelto provocatoriamente – femminile della cultura, che rovesci, insieme alla lateralità delle donne, anche quella dei beni culturali. Cosa ne pensa? Il ruolo attivo delle donne potrebbe scardinare pregiudizi e convenzionalità?

R Penso che potrebbe essere una prospettiva, e, nei fatti, è una realtà già in atto in molte situazioni.Frangipane Inaugurazione Museo Aperto di ArslAll’inaugurazione del Museo all’Aperto di Arslantepe nel 2011, con il governatore della regione, altre autorità e la stampa.

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