Lug 022014
 

Ho conosciuto Isabella Botti quando ha proposto a Rai Educational un programma di visite nei musei per bambini.  Insieme a lei ho conosciute le sue amiche, tutte esperte guide museali; ad un certo punto intorno a quel tavolo dove discutevamo di scalette, tempi di realizzazione, attori e permessi per i bambini, a parte il regista eravamo tutte donne, comprese le collaboratrici della redazione. Una riprova che quando si parla di musei e cultura non è raro trovarsi in universo femminile che è piuttosto rapido nelle decisioni, pratico nelle prospettive, convinto negli obiettivi. Poi ho scoperto Isabella come scrittrice, madre di tre figli e soprattutto come persona dotata della grande dote dell’ironia che esercita con garbo ma anche con lucida acutezza.

Le sue risposte alle domande de le buone culturali sono la riprova di una riflessione iniziata da tempo e mi confortano nell’aver voluto intraprendere questa iniziativa.

D La sua decisione di lavorare nel campo della cultura e dell’arte: da dove nasce e con quali motivazioni?

R Nasce da lontano, dall’infanzia e poi dall’adolescenza. Dal piacere di andare per musei con mio padre, dall’ammirazione infantile per il bello, per i quadri che raccontavano favole antiche , così pieni di dettagli intriganti. E poi dalla curiosità di conoscere,  di vedere, di capire, che ho avuto la fortuna di condividere con la mia più cara amica del liceo.

All’università io scelsi storia dell’arte, lei archeologia e nessuna delle due si è mai pentita della scelta, nonostante le difficoltà lavorative successive.  Mentre ancora studiavo mi resi conto inoltre che la mia inclinazione era non tanto nella ricerca storico artistica, quanto nel trasferimento dei saperi.

Insegnare, raccontare, far capire quanto io stessa avevo appreso è stata un’esigenza intima che si è trasformata in un mestiere che ha come obiettivo valorizzare il bello, accrescerne la consapevolezza.

Da qui l’insegnamento a scuola e poi la didattica nei musei.

botti visita villa Medici

D Il suo lavoro: un piacere personale o una responsabilità civile. Cosa la spinge ogni giorno a rinnovare il suo impegno quotidiano? 

R E’ assolutamente tutte e due le cose. Difficile scinderle. Lavoro per lo più in quello che considero il museo più bello del mondo, la Galleria Borghese, un posto che non mi stanca, dove la bellezza è talmente prevaricante che ripaga da fatica, frustrazioni economiche, tensioni.

In generale, comunque, lavoro circondata da opere d’arte o monumenti grandiosi e con persone che hanno scelto di venire a sentire le mie spiegazioni. E questo lo considero un privilegio. Ma ho anche ben chiaro che svolgo una funzione importante: spiegare il valore e il significato del nostro patrimonio artistico non solo ne migliora la conoscenza e ne rafforza la tutela, ma di solito rasserena l’animo di chi ascolta.

botti visita campo Marzio

D Come si comunica al pubblico la passione dell’arte?

R Con la passione stessa. Non ho mai fatto corsi di comunicazione o di didattica museale. Ho imparato sul campo. So che bisogna innanzitutto essere chiari nel linguaggio: trovare una buona media fra la correttezza del lessico specifico e la semplicità, la colloqualità del tono. La pedanteria ammazza gli ascoltatori e fa bene solo all’ego del parlante.

E poi cercando di comunicare con la voce, le intonazioni, la mimica il proprio amore per ciò che si vede. Bisogna aver ben presente che chi ci ascolta forse sta guardando quell’opera d’arte per la prima volta. Quindi, anche se per me è la milionesima, cerco sempre di mettermi dal punto di vista di chi vede con occhi nuovi. Ecco, calarsi nei panni dello spettatore è importante.

D Lei lavora spesso con i bambini: quali sono le strategie  migliori, se ce ne sono, per mantenere viva  la loro attenzione durante la visita ad un museo?

R Creare un minimo di messinscena: di nuovo, il tono di voce è importante e lo è ancora di più che con gli adulti la scelta delle parole. E’ importante creare  una situazione narrativa che li coinvolga, quindi io tendo ad accentuare la favola, il racconto di un episodio legato all’opera che si sta osservando, sia esso mitologico, religioso, biografico o storico.

botti Baby tour venezia fb

E poi è importante coinvolgerli con giochi di osservazione e domande. Avere un’impostazione “socratica”, mantenendo saldamente le redini del gioco, perché i bambini a volte tendono a sovrastare, se troppo pungolati. Inoltre, è fondamentale per loro la parte laboratoriale dopo la visita: farli sperimentare una tecnica, giocare a fare gli artisti è il modo migliore per facilitare la comprensione. Conoscere facendo.

D Ha qualche episodio da raccontarci su queste esperienze?

R A parte le bizzarre osservazioni dei bambini ( Paolina Borghese che diventa Biancaneve perchè ha la mela in mano, la spiegazione dell’autoritratto che “ è come un autogoal”), devo dire che i luoghi che più affascinano i piccoli, secondo la mia esperienza nei musei e siti di Roma, sono la Galleria Borghese e Castel Sant’Angelo. Nella prima le sculture di Bernini e gli affreschi dei soffitti li lasciano senza fiato e li trascinano nel mondo del mito che è fonte inesauribile di incanto. Il secondo li infervora, sono affascinati dall’aspetto difensivo, ma anche dalla sensazione di essere davvero “dentro” la storia.

Per quanto riguarda i laboratori,  l’esperienza più coinvolgente e formativa è stata la realizzazione di un intero ciclo di pitture murali a soggetto mitologico eseguita qualche anno fa dagli alunni di una scuola elementare. Il direttore, uomo illuminato,  ci diede la possibilità di dipingere direttamente sui muri del grande atrio dell’istituto e i bambini ( tutte le classi) si trasformarono in una vera squadra di apprendisti di bottega e lavorarono a decorare la loro scuola. E’ stato un lavoro lungo e faticoso, ma credo che tutti bambini che vi hanno partecipato abbiano poi guardato con occhi diversi e profonda comprensione i  cicli di affreschi che ornano le chiese e i palazzi patrizi. Certo, per progetti così occorrono fondi…

D Nello svolgimento del suo lavoro in ambito museale, lei dialoga con interlocutori pubblici e privati. E’ ancora rintracciabile una differenza di atteggiamento tra questi due mondi?

R Direi di sì. Entrambi sono dominati da una costante ricerca di fondi e sono impegnati nel tentativo di valorizzazione del patrimonio. Ma per il settore pubblico la valorizzazione è ancora il mezzo attraverso cui arrivare alla conservazione, alla tutela, allo studio. Per il privato è il fine ed è strettamente legata al profitto.

I due punti di vista, se estremizzati, portano a una mancanza di dialogo, quando invece si dovrebbe trovare sempre più una media fra le due posizioni, e anche fra i due modi di operare.

Il pubblico è soffocato dalla burocrazia, dalla necessità costante di firme, di bolli, con tempi di una lentezza esasperante anche per iniziative minime che non comporterebbero né rischi né impiego di somme significative. Il privato vorrebbe lanciare iniziative o creare eventi in modo più snello e rapido. Il rischio nell’affidarsi troppo ai privati è quello di trasformare il museo in un luna park, ma è anche vero che solo la spettacolarizzazione, la creazione di eventi riesce a portare gente nei musei e quindi bisogna liberarsi da qualche pregiudizio accademico e trovare una media che possa rendere la gestione del bene culturale economicamente sostenibile.

Senza arrivare in America, in Inghilterra ci riescono. La organizzazione della mostra su Pompei al British Museum e la commercializzazione  del relativo documentario (venduto in tutto il mondo) dovrebbe insegnarci qualcosa.

D E ci sono esempi virtuosi di questa collaborazione che ha incontrato nel suo percorso professionale?   

R Senza dubbio. Soprattutto nei momenti iniziali della collaborazione. Io lavoro per Gebart, concessionario dei servizi aggiuntivi della Soprintendenza per il Polo Museale di Roma, che per anni ne è stato validissimo interlocutore. Il Servizio Educativo di cui faccio parte è gestito economicamente da Gebart e per la parte scientifica , per i contenuti, dalla Soprintendenza stessa.

A lungo la sinergia è stata ottima e bene equilibrata.

D Quali sono i maggiori ostacoli che incontra sul campo? La burocrazia? La mancanza di fondi? Retribuzioni non adeguate? Un esempio di queste difficoltà.

R Tutte queste cose, a cui si aggiunge anche una buona dose di disorganizzazione e piccole lotte intestine fra funzionari, dirigenti, perfino  fra i sindacati. C’ è un clima di incertezza, dato dalla assenza di una policy certa da parte della Soprintendenza, dal mancato espletamento delle nuove gare di appalto che dormono nel limbo (e quindi i concessionari hanno perso la capacità propositiva perché non sanno cosa aspettarsi), da una cronica assenza di fondi che rasenta il surreale (alla Galleria Borghese il sistema di climatizzazione è impazzito e non ci sono i soldi per rifarlo. E la tanto sbandierata conservazione delle opere?).

Sulle retribuzioni e sulla strisciante richiesta di collaborazioni a titolo gratuito preferisco stendere un velo pietoso.

botti sette autrici per sette musei

D In molte istituzioni culturali, a partire dallo stesso Ministero e dai musei, si rileva un’elevata presenza di donne, molte delle quali hanno raggiunto posizioni gerarchiche apicali. Quali sono, secondo lei, le ragioni di questa femminilizzazione?  

R E’ uno dei pochi lavori in cui la parità di genere è stata raggiunta. E’ un lavoro intellettuale, creativo, organizzativo in cui le donne eccellono.

Ma è anche un lavoro pagato poco, rispetto alle responsabilità che si hanno e ai ruoli che si ricoprono. Uno dei motivi è da ricercarsi a monte, nella scelta universitaria: a Lettere , a Storia dell’arte il numero delle studentesse è infinitamente superiore a quello dei colleghi maschi, perché si sa dall’inizio che gli sbocchi lavorativi sono pochi e malpagati.

Dunque, a parte pochi determinati appassionati, i ragazzi spesso si dirigono verso studi che gli offrano maggiori chance, anche se meno affascinanti.

D Sarebbe arbitrario sostenere che il lavoro nel settore dei beni culturali presenta delle caratteristiche che si possono definire “femminili”? O attribuire ad una qualche “innata” vocazione di genere, assimilabile a quella destinata alla famiglia, ai bambini, agli anziani? 

R No, non credo sia questo. E’ la stessa cosa che è successa con l’insegnamento, in cui gli uomini sono quasi spariti. E’ essenzialmente una questione socio-economica. Lavori del genere hanno perso ruolo sociale e appagamento retributivo. Le donne forse sono più inclini a seguire le proprie passioni, o più duttili di fronte alle incertezze economiche, o forse ancora molto abituate a sentirsi economicamente subalterne.

botti foto firma libro

D Pensa si possa stabilire una relazione tra la sottovalutazione sociale, la scarsezza di risorse finanziarie per la cultura e la forte presenza femminile? 

R Come dicevo prima, assolutamente sì.

D Nella sua esperienza, ci sono state o ci sono tutt’ora occasioni nelle quali la soluzione di un problema è stata determinata anche dalla capacità delle donne di fare rete?  

R Sì, ci sono. Nell’ambito dei beni culturali e della divulgazione storico-artistica l’incertezza regna sovrana e spesso si supera un’empasse attraverso lo spirito pratico ( e anche quello di sacrificio) e la solidarietà femminile. Tuttavia, la sindrome da ape regina colpisce di frequente chi riesce a occupare posti dirigenziali e in quel caso non c’è rete che tenga.

D Abbiamo lanciato l’ipotesi della formazione di una lobby – termine scelto provocatoriamente – femminile della cultura, che rovesci, insieme alla lateralità delle donne, anche quella dei beni culturali. Cosa ne pensa? Il ruolo attivo delle donne potrebbe scardinare pregiudizi e convenzionalità?   

R Senza dubbio, ma ad una condizione: che le donne non si lascino intrappolare da modalità maschili di gestione. Credo che il massimo del risultato, in termini di creatività, efficienza, innovazione, dedizione le donne lo possano conseguire assecondando la sensibilità che gli è propria. Il modello “virago”  o – come si dice di consueto – “ donna con le palle”, è fallimentare soprattutto perché non consente alcun salto di paradigma.

 

 

 

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