Nov 012013
 

Cristina Crespo risponde alle nostre domande.  Trovate nell’articolo foto delle sue opere e, in fondo, la biografia scritta da lei.

Quadro nero

“Quadro nero”, 2008

D. La sua decisione di lavorare nel campo dell’arte: da dove nasce e con quali motivazioni?
R. Non mi ricordo quando nasce, da sempre credo; mio padre era un collezionista e portava nel portafoglio il disegno di un disco volante che dicevo di aver visto a 4 anni (non avevamo la TV e non sapevo ancora leggere). Mia madre lavorava e quando facevamo assieme gli addobbi di natale e il presepe era un evento. In seguito a scuola, all’Istituto Cabrini, prendevo lezioni da una monaca, madre Giacinta, che sapeva fare copie perfette di Raffaello, diceva che gli unici nudi accettabili sono quelli di Michelangelo, e mi leggeva le intenzioni del papa mentre disegnavo. Il fratello di mio padre, zio Alberto, fu uno dei  frequentatori di Menghi, il ristorante sulla Via Flaminia dove andavano gli artisti squattrinati, rimediava qualche tovaglia  imbrogliata con gli schizzi e se la incorniciava, poi raccontava i suoi incontri come fossero favole…Tutta l’arte l’ho vissuta come una favola,  nei sotterranei di San Clemente (a Roma) mio padre giocava con noi alla Fiamma della Regina Luana (il fumetto di Cino e Franco)…tanti anni dopo Eco ci ha scritto un libro. Era questa l’atmosfera, mai roba noiosa e letture arcigne di guide…

D Il suo lavoro: un piacere personale o anche una responsabilità civile?
R Il lavoro è un piacere solo nell’attimo in cui vedo che l’opera sta riuscendo, non fa niente se come l’avevo pensata o in un altro modo. Per il resto ci sono molte fasi in cui è pura umile pratica faticosa e panico. Non ricordo chi disse che il dilettante si diverte e il professionista soffre, anche se poi qualcun altro ha detto che il dilettante ha costruito l’Arca e il professionista il Titanic. La responsabilità civile c’è sempre, involontariamente e senza pretese nelle opere che di fatto sono tutte  indistintamente esercizi di  resistenza culturale, di difesa della cultura occidentale dall’oblio e dalla barbarie (intesa in senso greco). Soprattutto in Italia si tende a rimuovere, c’è poca memoria, forse perché siamo subissati di  reperti  non li vediamo neanche più e non ne comprendiamo il significato. Un esempio? Abbiamo mandato l’Amerigo Vespucci  nel mare britannico a celebrare Nelson  e la vittoria di Trafalgar: ma che avevamo noi da festeggiare? Se fosse rimasto Napoleone  il sud italiano sarebbe stato come Nizza e Saint  Tropez, con meno camorristi e più Brigitte Bardot….

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“Oriana Fallaci tra i ciliegi”, Intramoenia Extrart, Castelli di Brindisi,Grottaglie e Taranto, a cura di Achille Bonito Oliva e Giusy Caroppo, 2010

D Lo scultore Nunzio una volta mi ha detto: “Per un artista la difficoltà non sta tanto nel fare, quanto nel mettersi nelle condizioni di fare”. Questa affermazione forse è tanto più vera per una donna. Cosa ne pensa?
R Sicuramente è vero. Soprattutto per una donna italiana, che per quanto possa sentirsi femminista, o forse proprio per questo, ha  difficoltà a conciliare  il lavoro con la vita quotidiana. Dico “ proprio per questo”  perché spesso incontri  donne che per realizzarsi hanno rinunciato a essere madri.  Ma forse gli uomini per realizzarsi hanno rinunciato a essere padri?  Poi però c’è l’altra faccia della medaglia:  sicuramente stai di più con i tuoi figli che se non fai il chirurgo all’ospedale. Gli orari sono flessibili e il quotidiano a volte  ti  consuma ma altre ti arricchisce di stimoli. Un esempio?  L’artista sudafricana  Sandra Kriel ha creato delle bellissime opere con il ricamo: era costretta ad assistere il padre in ospedale e lì l’unica cosa che poteva fare era il ricamo. E’ finita alla Biennale col ricamo… Personalmente  mi sono accorta che con la formazione di una famiglia per assurdo ho avuto più tempo a disposizione, perché sono stata obbligata a organizzarmi, a crearmi degli orari (del resto  molti artisti hanno lavorato in questo modo,  penso al Solimena)…e inoltre non  ho più tollerato che alle poste mi passasse qualcuno davanti !

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Cristina al lavoro, foto di Maria Valeria Cicogna

D Oltre agli ostacoli personali, ci sono altre barriere da superare? La burocrazia? La mancanza di fondi? La diffidenza dei galleristi?
R Personalmente la burocrazia mi ha distrutto: la prima volta che ho provato a portare le mie opere a New York (sono molto ingombranti, non essendo quadri  ed essendo molto delicate avevano bisogno ciascuna di una propria cassa) sono dovuta passare per il controllo della sovrintendenza, le dovevo portare al loro ufficio, facendo di fatto due trasporti e  pagando di fatto due trasporti a spese mie.  Le opere vennero tirate fuori dall’imballaggio di polistirolo e rimesse dentro male…insomma non ho mai capito perché la legge per proteggere l’esportazione clandestina di manufatti antichi dovesse penalizzare gli artisti contemporanei che non sono tutti miliardari e famosi… E non ho capito perché il tutto dovesse essere fatto a mie spese. Oggi le leggi sono diverse ma nel  frattempo c’è stato l’11 settembre e io non  ho il coraggio di tornare a New York e vederla senza le torri. Le vedevo dall’arco trilobato dello studio-ex sinagoga dello scultore Angel Orensanz, nel Lower Est Side ed era un’immagine meravigliosa… La diffidenza dei galleristi non dovrebbe più esserci, ma in Italia c’è ancora un vecchio storico gallerista che non prende donne….

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le torri gemelle dalla sinagoga del lower est side, foto di Cristina Crespo, New York 1999

D Ha mai pensato di mollare? E perché non l’ha fatto?
R Mai pensato, perché non si tratta di un lavoro che all’inizio  decidi di fare per  arricchirti. Fino a un certo punto se vai in pari economicamente è un miracolo. Se  riesci a crearti  altre entrate è meglio, sei più libera. Perché il rischio più grande non è mollare ma sottostare a proposte e condizioni di mercato  che nulla hanno a che fare con l’arte. C’è stato un periodo che ho tentato questa strada,  per produrre di più facevo realizzare i corpi dei miei feticci ad una sarta  a buon mercato: venivano fuori dei corpi mosci, senza anatomia, non era la stessa cosa.

D Si possono rinvenire degli elementi comuni nelle vicende delle donne impegnate nel campo artistico? O ciascuna costituisce un caso a sé, una individualità, come è caratteristico oggi, di tutta l’arte contemporanea, non più organizzata per correnti o movimenti?
R Il detto di Bonito Oliva, che l’artista è un errore biologico rispetto all’opera, è vero. Se guardi un’opera non ti chiedi se è di un  uomo o di una donna . L’opera dovrebbe valere di per sé, a prescindere dal sesso e dalla  personalità di chi l’ha  realizzata.  Ciò non toglie che la biografia per altri aspetti conta e come:  per le aste record di Van Gogh conta che tutte le opere erano in mano a un solo mercante e conta anche che si tagliò un orecchio o che era in manicomio o che si suicidò: per molto tempo  ha resistito il culto dell’artista maledetto o sofferente.  Oggi per assurdo la globalizzazione stimola l’individualità:  perché ogni individuo riceve una moltiplicazione infinita di stimoli  con la probabilità  di dar vita a  creazioni più che mai uniche (come nella genetica, vediamo quante possibilità di meticci e mulatti bellissimi vengono fuori dagli incroci più strani), è difficile quindi ragionare in termini di scuola o di tendenza…

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“Giardino notturno della Marchesa Casati” (dett.),polimaterico e pittura acrilica, 2010

D Esiste tra le donne una più marcata competizione?
R Secondo me no. La competizione è  innata nell’uomo a prescindere dal sesso. Se credi in quello che fai vorresti vederlo  riconosciuto,  le opere sono come dei figli, cerchi di difenderle a ogni costo,  ma l’importante è non snaturarsi per questo, l’arte rimane per prima cosa un bisogno e se non scaturisce dal bisogno anche il suo successo è minore.

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“Vaso per il Viburno (la Bella Otero)”, ceramica a tre cotture, 2012

D Ha contatti con altre donne artiste? Quali loro lavori ci vuole segnalare anche nell’ottica del nostro blog?
R Certo. Alcune le ho perse per strada ma le ricordo con affetto e nostalgia, come Elisabetta Catamo, bravissima e molto generosa.  Il primo giorno che ci siamo conosciute disse che la mia poteva  definirsi  Art in box, mi fece conoscere una gallerista londinese, Jane England, e in seguito andammo a Londra per una mostra. Fu un viaggio stupendo, io ero incinta di Clelia, non sapevo ancora che fosse una femmina ma da Harrods  comprai un meraviglioso vestito da piccola  damigella; poi c’era una bellissima mostra di Magritte e Catamo è molto molto surreale.  Le sue opere  in box  sono uniche, l’ho persa di vista perché  poi ha insegnato in varie accademie italiane e stava molto fuori  Roma. Poi c’è Raffaella Formenti, di Brescia. Che dire di  una che lavora con la materia che tu detesti più di ogni altra? Con il materiale pubblicitario realizza delle bellissime installazioni, collages, foto particolari, e video……io la pubblicità mi limito a fotografarla per denunciare l’inquinamento paesaggistico. Anche se è lontana  capitano delle occasioni di  incontro, conferenze, mostre in comune ecc.. Poi c’è  Marijke (van  Der Maden) a Calcata (Viterbo), la mia socia olandese di sempre, i suoi poetici pupazzi si possono ammirare nella sua piccolissima grotta-studio.  Su di lei ho scritto qualcosa ma è un po’ lunga…sarà pubblicata sul prossimo numero della  rivista HAT.

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un pupazzo di Marijke

D Abbiamo lanciato una provocazione: la formazione di una lobby  femminile della cultura, che rovesci, insieme alla lateralità delle donne, anche quella dei beni culturali. Cosa ne pensa? Il ruolo attivo delle donne potrebbe scardinare pregiudizi e convenzionalità?
R Io sono aperta a qualunque iniziativa che serva a sostenere i Beni Culturali. Diciamo che, parlando di parità, rimangono nella memoria aneddoti e macchiette, come la ministra con la borsetta Bono Parrino,  che avrebbe voluto  imparare la storia dell’arte in 6 mesi….Anche in questo caso la parità non c’è stata: lei la ricordano ancora mentre il suo collega  Facchiano, chi si ricorderà di lui?

D Una proposta concreta per mettere al primo posto della coscienza e dell’agenda politica del paese la cultura.
R La mia proposta forse è inattuabile, a parte la solita tiritera che non c’è una lira e  con i fichi secchi le nozze non le fai. I soldi non ci sono ma si buttano ancora,…. Basterebbe che ognuno facesse il proprio dovere, basterebbe l’ordinaria manutenzione. Faccio un esempio: molti italiani comprano casa a Parigi e vanno sempre a Parigi…ma cos’ha Parigi? I monumenti  non sono certo più belli di Roma, ma quello che è magnifico è il rispetto per il paesaggio. Qui invece esistono leggi mai fatte rispettare, come il codice dei Beni Culturali. L’articolo 49  (ex 157 comma 1 e 2) dice che  i cartelloni pubblicitari, elementi fortemente inquinanti per il paesaggio, sono vietati sulle strade adiacenti monumenti vincolati, eppure noi li vediamo a Viale delle Belle Arti, accanto a Villa Giulia… Se tu vai a chiedere a un vigile già sai che la risposta che avrai sarà uno scaricabarile. Se la prendono con la grande pubblicità  invasiva che però almeno ha il pregio di legare la sua presenza al restauro di un determinato monumento, limitato nel tempo, quando invece è la massa anonima di cartelloni che lede la decenza e il decoro di ogni viale, di ogni incrocio, guarda la Cristoforo Colombo, porta a Ostia, il mare di Roma! Ci vorrebbe coscienza da parte di tutti i cittadini e diffusa, non progetti faraonici. Ti dispiace di pagare le tasse perché sai che più stipendi pagheranno e più scaricabarile avrai, più si moltiplicano le competenze e meno efficienza abbiamo, in sostanza più stipendi paghiamo e  meno servizi  abbiamo. I soldi per i Beni culturali si potrebbero far arrivare da un turismo di qualità,  fatto da gente che potrebbe tornare nel tempo più volte.  I turisti non sono tutti storici dell’arte, non basta possedere  centinaia  di basiliche  medievali, ma come potrebbero comprarsi una casa a Roma e contribuire così all’aumento del gettito fiscale se non siamo riusciti neanche a inventarci una linea di bus che  andando su e giù per le due sponde del lungotevere colleghi tutta la città permettendo veramente di  girarla tutta a piedi?

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“Fantaquadro di Rousseau concepito da Cocteau” Archivio di Parma, 2010

Autobiografia di Cristina Crespo

  1 Commento to “Le interviste: Cristina Crespo”

  1. Conosco Mauro Carrera, curatore di molte mostre su Cocteau, è un’opera veramente poetica!

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