Mar 072015
 

 

bianca tosatti ritratto

“Per rispondere a tutti coloro che mi chiedono i motivi per cui è terminata la brevissima e intensa esperienza del MAImuseo, sarò a disposizione dei giornalisti e della cittadinanza attiva cremonese lunedì 9 marzo, alle 17.30, presso lo Spazio Comune in piazza Stradivari.  Gilberto Bazoli, giornalista della Provincia di Cremona e corrispondente del Corriere della Sera coordinerà l’incontro”.

Ricevo qualche giorno fa questa mail da Bianca Tosatti, storica dell’arte e massima esperta di art brut, direi pioniera in Italia degli studi e delle pratiche artistiche relative all’art brut, l’arte che nasce nel disagio sociale e psichico. Proprio dopo aver assistito ad una sua travolgente lectio magistralis all’Art Forum Wurth, affollato per l’occasione di un pubblico quasi da stadio, le avevo mandato le domande delle nostre buoneculturali alle quali Bianca ha risposto, come sempre capita con le persone più autorevoli, generosamente e velocemente.

Ora, la grave notizia della sua rinuncia, seppure non inaspettata, arriva come la conferma di quel clima pesante che si respira in un paese dal fiato corto, che corre senza sapere bene per arrivare dove, e anzi, nella corsa contro il tempo, terrorizzato dalla paralisi, è disposto a lasciare indietro i migliori. Non so quali siano le cause della rinuncia, Bianca Tosatti le esporrà lunedì; ma già alcune di esse, ingombranti, le trovate lucidamente esposte nell’intervista che segue.     

D La sua decisione di lavorare nel campo della cultura e dell’arte: da dove nasce e con quali motivazioni?

R Nasce da molto lontano, dall’università dove mi ero invaghita dell’energia di Francesco Arcangeli tanto che l’avrei seguito in capo al mondo; da mio padre che praticava e insegnava l’arte tentando di riannodare il suo destino, interrotto brutalmente dalla guerra, con la lezione architettonica di Gio Ponti e lo spirito denso e silenzioso di Morandi.

D Quando e perché ha deciso di indirizzare la sua attività allo studio dell’art brut e al sostegno degli artisti cosiddetti irregolari?

R E’ una decisione che ho preso venticinque anni fa, dopo una lunga – bellissima e turbolenta – esperienza di consulenza per un importante collezionista privato. Grazie a questa esperienza ho conosciuto da vicino l’arte contemporanea, l’ho praticata mentre avveniva sotto i miei occhi, ho viaggiato molto e….ho dovuto fare i conti! Sì, è stato allora che ho compreso quanto il sistema dell’arte  stava  diventando un sistema finanziario a tutti gli effetti: ho visto i prezzi delle opere divaricarsi dal concetto di “valore”, depravarlo fino a trasformare l’arte in prodotto finanziario.

Conclusa questa fase della mia vita, mi sono ritirata in una riflessione “sabbatica” che mi ha riproposto alcune questioni trascurate da sempre dalla Storia dell’arte italiana: l’art brut era una di queste e chiedeva urgentemente delle risposte.

Bianca Tosatti Con Michel Nedjar - Parigi 2005

Con Michel Nedjar, Parigi 2005 – Ho fatto una bambola

D Il suo lavoro: lo definirebbe un’urgenza personale o una responsabilità civile?

R Non è un’urgenza personale, anzi: ho vissuto molte difficoltà che mi hanno spesso mortificato, sono stata costretta a chiedere con insistenza, ad esporre all’infinito dati oggettivi ed evidenti, ho dovuto combattere  pregiudizi e  trasandatezza etica da parte di molti interlocutori che pure rappresentavano l’élite della cultura italiana…..sì, devo ammettere che, dal punto di vista personale, è stata una esperienza faticosa e sempre in salita che non è mai stata soddisfatta dalla consapevolezza di essere stata molto spesso in anticipo sulle mode e sulle storie. Essere in anticipo è comunque essere fuori tempo: questo è particolarmente emarginante in un’epoca insaziabile di presente.

La mia è stata piuttosto una storia ostinata e testarda di responsabilità civile: non solo verso gli artisti, ma anche verso una cultura come la nostra che seleziona e semplifica, con un notevole impoverimento del panorama creativo che viene continuamente ridotto ad un ristretto numero di opere pre-selezionate. A me interessa la totalità, la visione di insieme e, contemporaneamente, la consapevolezza di poterla cogliere solo per “abbaglio” (ho tentato di esemplificare questo mio obiettivo nel saggio introduttivo del catalogo della mostra Oltre la ragione – Le figure, le storie i maestri dell’arte irregolare).

Katharina_Detzel. medium  Katarina Detzel, fine ‘800 – una bambola maschio

D Quali sono i maggiori ostacoli che ha incontrato o incontra sul suo cammino professionale: burocratici, finanziari o altri? Ci può fare qualche esempio?

R Li incontro tutti, purtroppo. Alcuni sono spesso pretestuosi e imperscrutabili, come la mancanza di denaro per realizzare un progetto di mostra o di museo: le vie su cui scorre il denaro pubblico sono nascoste alla vista e alla ragione dei cittadini comuni, protette da norme finanziarie criptiche e mutanti, sottoposte a deviazioni, inabissamenti o vaporizzazioni. La burocrazia è certamente il braccio armato di questo protervo occultamento: concorsi e bandi “ad personam”, pubblicazioni ritardate, ma anche cavilli sulle responsabilità decisionali, rimandi da un ente all’altro, circolarità infinita, senza teste e senza code.

L’esempio più pertinente è il riconoscimento di un museo o di un sito culturale e la sua qualifica: comunale, provinciale, statale, universitario, privato?

Molte delle nostre città possiedono palazzi di grande pregio, parchi e siti che non possono essere aperti al pubblico perchè l’ente di riferimento li ha affidati a “fondi immobiliari” che dovrebbero metterli a reddito; molti musei locali sono diretti da personale con formazione non specialistica, molti altri ancora sono chiusi ….. tutto questo “non fatto” strozza e annulla l’urgenza del “da farsi”, funziona quasi come un’attenuante, un’ evidenza della congestione e dello stallo davanti alla quale la responsabilità individuale si auto-assolve dalle sue inadempienze.

Bianca Tosatti Con Caroline Bourbonnais, a La Fabuloserie - Dicy 2005

Con Caroline Bourbonnais a La Fabuloserie – Dicy 

D Nella sua esperienza ci sono state occasioni nelle quali la soluzione di un problema è stata determinata dalla capacità delle donne di fare rete?

R In genere sì, con le donne è stato più facile capirsi e ipotizzare percorsi di fattibilità, ma la soluzione dei problemi è sempre stata in mano agli uomini, alla loro discrezionalità. Faccio l’esempio degli assessorati o dei ministeri o delle deleghe politiche e amministrative ottenute da donne: salvo qualche eccezione in tempi recentissimi, le donne “non hanno portafoglio”, sono schiacciate da una lunga catena di priorità  che, naturalmente, vengono gestite da uomini.

Non vorrei comunque farne una questione di genere, mi è capitato di incontrare donne coraggiose (raramente) e di incontrare donne opportuniste (molto spesso) preoccupate di mantenere una posizione privilegiata e ben retribuita: in questo ultimo caso è fin troppo facile capire che la crisi economica del momento attuale non facilita la solidarietà di genere.

D Nel settore culturale lavorano molte donne. Quali sono, secondo lei, le ragioni di questa femminilizzazione?

R Temo di aver anticipato nelle argomentazioni precedenti questa risposta. Il settore culturale è sempre stato considerato laterale, opinabile, opzionabile. Il settore culturale è la prima voce di budget ad essere amputata, politicamente non è redditizio, economicamente viene agganciato al turismo nel suo complesso: che cosa vale un museo se non porta vantaggio ai ristoranti, agli alberghi, ai negozi? L’Effetto-Venezia è sotto gli occhi di tutti: come è possibile rilasciare licenze per centinaia di negozietti Murano Glass che vendono gadget prodotti in Cina eliminando il tessuto artigianale della città, la sua tradizione di tessuti pregiati, di primizie di laguna, di stampe, di tipografie ecc.?

Come è possibile non considerare Venezia nella sua totalità appunto, da preservare anche in ogni parola dialettale pronunciata dai suoi abitanti?

Questo è un problema culturale e antropologico, prima che economico o urbanistico e la formulazione di questo tipo di problemi su un livello complesso e realmente politico non viene affidata alle donne: a loro vengono affidati gli aspetti settoriali secondo la vecchia regola del “divide et impera” .

D Sarebbe arbitrario mettere in relazione la sottovalutazione sociale, la scarsezza di risorse finanziarie del settore dei beni culturali in Italia, con questa forte presenza femminile?

R Da quanto detto sopra appare evidente che la risposta a questa domanda è positiva: sì, c’è un’evidente e indiscutibile relazione fra il ruolo ancillare del settore dei beni culturali e quello della presenza femminile nella loro gestione.

Bianca Tosatti con Marina Abramovic

Con Marina Abramovic

D Il lavoro di cura artistica presenta delle caratteristiche che si possono definire “femminili”? O attribuire ad una qualche “innata” vocazione di genere, assimilabile a quella destinata alla famiglia, ai bambini, agli anziani?

R La cura artistica non ha niente a che fare con gli elementi definiti dalla domanda “innata vocazione di genere”: è un lavoro duro e lucidissimo, implacabile nel metodo e profondo negli strumenti di esercizio critico. La cura artistica pretende forza e tenuta, resistenza e capacità di testimonianza, contro le mode, le convenzioni, i condizionamenti. Se mai, spiccati carattere di genere potrebbero affiorare nella qualità creativa che la cura comporta: capacità di affondare le sonde di studio nel profondo, nelle pieghe più nascoste dei processi conoscitivi, capacità di chiamare a raccolta contributi e competenze diverse, capacità di lasciare aperte le questioni evitando però l’ambiguità, capacità di comunicazione chiara e insieme di linguaggio nitido e corretto.

Riassumendo, credo che tutto questo si possa definire “femminile”: prudenza, attitudine al lavoro di gruppo, spiccata determinazione a coordinare, legare, tenere insieme. E’ vero anche che l’ inclinazione al sacrificio che tradizionalmente è sempre stata attribuita alle donne si risolve spesso in un’obiettiva capacità di rinuncia al protagonismo individuale.

D Abbiamo lanciato l’ipotesi della formazione di una lobby – termine scelto provocatoriamente – femminile della cultura, che rovesci, insieme alla lateralità delle donne, anche quella dei beni culturali. Cosa ne pensa? Il ruolo attivo delle donne potrebbe scardinare pregiudizi e convenzionalità?

R Credo che, malgrado la sua evidente virtualità, l’idea sia accattivante, ma insisto sulla necessità di riagganciare la cura dei beni culturali ad una visione più globale e comprensiva. Mi piacerebbe che il professionismo femminile si riprendesse la sua storia e si sbarazzasse delle degenerazioni recenti che, all’insegna del giovanilismo, hanno fatto regredire la coscienza di genere: mi piace interpretare questa ipotesi di lobby come una sartoria, dove donne intelligenti cuciono pensiero e progetti, storia e lavoro in un tessuto di relazioni forti e oneste, dalle quali nascono nuove forme mentali e comportamentali.

Bianca Tosatti Con Salomon Resnik - Parigi 2005

Con Salomon Resnik, Parigi 2005

Bianca Tosatti con Alberto di Monaco

Bianca Tosatti con Alberto di Monaco

  3 Commenti to “Le interviste: Bianca Tosatti”

  1. carissima amica mia,sei sempre la migliore e lo sai!!!spero che presto se ne accorgano TUTTI e ti diano una mano xil tuo museo.ti abbraccio con l’affetto di sempre e compimenti xle foto….a presto lia

  2. […] Si veda a proposito la recente intervista a Bianca Tosatti pubblicata sul blog «Le Buone Culturali». Segnaliamo inoltre alcune delle principali pubblicazioni: G. Rovasino, B. Tosatti, a cura di, […]

  3. […] Si veda a proposito la recente intervista a Bianca Tosatti pubblicata sul blog «Le Buone Culturali». Segnaliamo inoltre alcune delle principali pubblicazioni: G. Rovasino, B. Tosatti, a cura di, […]

Spiacente, I commenti sono chiusi al momento