Gen 142014
 

Adriana Polveroni dirige una delle più prestigiose riviste di arte on line, Exibart, insegna all’Accademia di Belle Arti di Brera e ha scritto libri e articoli sulla situazione dell’arte contemporanea, soprattutto in rapporto al mercato finanziario e alla crisi economica internazionale.

E’ una donna alta, grande, solare, che, malgrado i molti impegni, ha voluto rispondere alle domande de Le buone culturali; di questo la ringrazio.

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D La sua decisione di lavorare nel campo della cultura e dell’arte: da dove nasce e con quali motivazioni?

R Da quando ero molto giovane ho pensato che avrei lavorato e che avrei cercato di guadagnarmi da vivere in questo campo. Ero l’unico che mi interessava, soprattutto che mi corrispondeva. Mi piacevano le “figure”, come si dice da bambini. Mi spalancavano un mondo molto diverso da quello che mi proponeva la mia famiglia che non era particolarmente attraente. Poi c’è stata una scelta precisa, una consapevolezza, ma anche qualche casualità.

D Il suo lavoro: un piacere personale o una responsabilità civile.  Ogni mattina cosa la spinge a rinnovare il suo impegno quotidiano?

R E’ un piacere, ma anche una responsabilità per me civile. E’ molto anche un impegno condiviso: se non ci fossero intorno a me persone che condividono e sostengono quello che faccio, farei tutto sicuramente peggio e con meno piacere. Inoltre, mi sento una privilegiata nell’occuparmi tutti i giorni di arte, anche se lavoro come una bestia.

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D L’arte è un patrimonio di tutti? Nella rivista che dirige, Exibart, come affronta il problema del linguaggio per comunicare l’arte? qual è l’utente di riferimento della sua attività?

R L’utente è molto vasto: il web, illimitato direi, e non penso di conoscerlo interamente. Il linguaggio deve essere chiaro, comprensibile ma denso, se necessario (una specie di quadratura del cerchio). Detesto il “critichese”, molto più facile di un linguaggio divulgativo, quale secondo me deve avere una rivista, e sono piuttosto severa con chi ricorre a terminologie e sintassi immotivatamente artificiose e complicate.

D Quali sono i maggiori ostacoli che incontra sul suo cammino professionale? La burocrazia? La mancanza di fondi? Retribuzioni non adeguate? Un esempio di queste difficoltà.

R Mancanza di fondi, soprattutto per pagare i collaboratori. Retribuzioni non adeguate per tutti noi che lavoriamo. E inoltre un mondo, quale è quello della cultura italiana, non sempre maturo e serio.

D Ha mai pensato di mollare? E perché non l’ha fatto?

R L’ho pensato spesso, soprattutto per la mole di lavoro che a volte mi sopraffà e per altri motivi che penso non sia il caso di rendere pubblici.

 

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D Nel campo dei beni culturali, soprattutto a livello istituzionale, si rileva un’elevata presenza di donne, molte delle quali hanno anche raggiunto posizioni gerarchiche apicali.

Quali sono, secondo lei, le ragioni di questa femminilizzazione?

R Penso dipenda dal fatto che è un settore che interessa poco alla politica, considerato di serie b o, peggio, un trastullo per signore. Detto questo, per fortuna, ci sono ottime professioniste.

D Sarebbe arbitrario mettere in relazione la sottovalutazione sociale, la scarsezza di risorse finanziarie del settore dei beni culturali in Italia, con la forte presenza femminile?

R Non è affatto arbitrario. E’ la realtà.

D Il lavoro di cura nel settore dei beni storico artistici presenta delle caratteristiche che si possono definire “femminili”? O attribuire ad una qualche “innata” vocazione di genere, assimilabile a quella destinata alla famiglia, ai bambini, agli anziani?

R Penso che in gioco ci sia la sensibilità e l’essere più prossime alla capacità d’ascolto. Ma anche al fatto che in genere le donne sono più curiose e più flessibili degli uomini e quindi più aperte a sollecitazioni che vanno oltre la quotidianità, il dato, l’affermazione personale in termini di potere.

D Nella sua esperienza di lavoro, ci sono state occasioni nelle quali la soluzione di un problema è stata determinata anche dalla capacità delle donne di fare rete?

R Per ora no. Mi sarebbe piaciuto, ma non è avvenuto.

D Abbiamo lanciato l’ipotesi della formazione di una lobby – termine scelto provocatoriamente – femminile della cultura, che rovesci, insieme alla lateralità delle donne, anche quella dei beni culturali.

R Sono pronta ad iscrivermi a questa lobby!

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