Ott 072014
 

 

E’ appena uscito il catalogo edito da Palombi e realizzato con il contributo del Mibact, della mostra “The Making of”, a cura di Maria Paola Orlandini e  Raffaele Simongini. 

La mostra, presentata a Roma, ha ottenuto il riconoscimento della Medaglia del Presidente della Repubblica.  

Questa la mia riflessione pubblicata nel catalogo sul tema arte e televisione che mi fa piacere condividere con voi

 

L’arte in tv: un passato glorioso – un vuoto nel mezzo – un formidabile futuro

Il titolo di questo testo riassume, per i suoi due terzi, una storia esemplare nella sua linearità; nell’ultima parte, più che una speranza, esprime una necessità.

Partiamo dall’inizio, sessant’anni fa, quando nel suo primo giorno di vita, la televisione denunciava senza reticenze il suo debito di riconoscenza nei confronti dell’arte italiana che faceva entrare a pieno titolo nelle case degli italiani alle 19.00 del 3 gennaio del 1954, con il documentario “Le avventure dell’arte: Giambattista Tiepolo”.

Possiamo immaginare che quella scelta rispondesse ad una convenienza  manageriale: per chi doveva inventarsi la televisione – direttori, funzionari, registi, autori – il patrimonio artistico del Belpaese rappresentava una fonte di ispirazione a portata di mano: musei, quadri, sculture, città d’arte, castelli, giardini in grande quantità; da riprendere, raccontare, spiegare ad un pubblico che andava abituato all’ascolto, convinto ad entrare nella nuova comunità degli utenti televisivi.

Ma in quel palinsesto si celava forse anche un desiderio di legittimazione, che si appellava ad un valore condiviso, insieme estetico e civile: l’arte, come espressione dell’identità e della storia del Paese.

Forse nessuno di quelli che allora parteciparono alle operazioni di avvio, immaginava fino a che punto sarebbe deflagrato il potenziale sovversivo di quel nuovo elettrodomestico, colpevole, all’epoca, solo di provocare fastidiosi arrossamenti agli occhi, scongiurati dall’uso di provvidenziali lumini.

Era quella la Tv dei centrini ricamati; della Televisione – Focolare,  che poteva contare su un’audience impassibile, pronta a fronteggiare l’onda d’urto della Modernità, che trasportava Il Musichiere e la Resistenza, le Istruzioni per la Vaccinazione e la Tv dei ragazzi.

Così, con il consenso goduto dalla tv del monopolio, procede spedito per oltre un ventennio il cammino della comunicazione dell’arte in Tv; ad arrestarlo è la nascita della televisione commerciale, che, deregolata e populista, obbliga la Rai ad un cambio di passo, ad una sterzata, evidente nella qualità del patrimonio delle Teche Rai che, dalla metà degli anni ’80, registra la perdita progressiva di eventi e appuntamenti che avevano caratterizzato il servizio pubblico radiotelevisivo: gradualmente infatti, scompaiono speciali sulle Biennali, documentari sui grandi artisti del passato,  conversazioni con artisti contemporanei, dirette di opere liriche e di concerti, la danza, il teatro, i classici del cinema.

E’ la cultura che se ne va, la cultura che non è un genere per programmi educativi, ma un metodo – trasversale – che sta nel bianco e nero della rivista di Falqui, come negli sceneggiati di Ugo Gregoretti: si chiama sperimentazione, ed è l’espressione di  una costante tensione verso la conoscenza, che altro non è se non una forma di rispetto per sé e per gli altri.

Negli anni ’80 spariscono i copioni di commedie, riviste, approfondimenti; sparisce Pasolini che intervista Pound; sparisce Gadda, rabbioso, che di malavoglia si mette seduto e racconta la sua vita; Moravia in uno sketch con la cameriera che lo batte in matematica o Calvino che si inerpica in un bosco, ubbidiente davanti alle telecamere.

Se la tv clericale degli anni sessanta e settanta ospitava la migliore rappresentanza di una cultura “contro”, la tv del mercato registra la fine di un pensiero originale.

E se la scomparsa degli intellettuali dal dibattito sociale, fosse la conseguenza di questa sparizione catodica e non la sua causa? E se fosse la televisione la principale responsabile di questo lutto? Quale altra agenzia comunicativa avrebbe avuto più titoli per certificare l’esistenza in vita di una categoria la cui utilità va coltivata, esibita, condivisa, per renderla patrimonio comune e insostituibile?

“La televisione ci fa vedere delle facce. La faccia della madre vedova, la faccia del padre disperato, la faccia del figlio rapito. E’ un suo grandissimo merito. Ma non sa, non può andare oltre. Quelle facce rimangono delle facciate…”. 1)

La facciata, l’apparenza, la superficialità come caratteristiche connaturate nel mezzo televisivo; e dunque la televisione, per definizione, refrattaria alla profondità della riflessione intellettuale. Finisce così che, paradossalmente, il pensiero di un acuto saggista, anche autore di intelligenti programmi tv, coincide con quello di un direttore di Rai Uno che raccomandava ai suoi registi, se proprio si doveva parlare di arte, di riprendere non i quadri che fanno cultura, ma i monumenti che fanno turismo.

Forse, all’apparente inesorabilità di questo destino si può sfuggire, senza scomodare esperti e studiosi dei media, solo osservando i frutti che nella cultura televisiva nostrana, e nella società italiana, ha generato la sistematica assenza dell’arte; ma anche analizzando le decisioni prese, in questi anni, dalle governances televisive di altri paesi europei, come la Francia o la Germania, che non hanno considerato la cultura pericolosa per il prime time.

Potremo allora convenire che non è la tv ad essere nemica dell’arte, ma il suo uso, quando si rinuncia a comunicarla o la si relega nel recinto dei canali tematici.

L’arte è un bisogno, le parole degli artisti un nutrimento, una via d’uscita, una possibilità di fuga dal conformismo e dalla palude, anche mediatica.

E – come auspicavamo nel titolo di questo testo – proprio oggi, minata dalla ripetizione di format e linguaggi, rimasta compagna di un pubblico anziano e rassegnato, alla vigilia di mutazioni tecnologiche di portata rivoluzionaria, la televisione potrebbe essere pronta ad accogliere gli artisti; non le parole sull’arte dei critici, degli inviati, dei curatori, dei giornalisti; ma le facce, le mani, i corpi degli artisti.

Quelli che abbiamo esposto, insieme alle loro opere, nei video della mostra “The Making of”, esempi di un voluto protagonismo degli artisti, certamente condizionato dalla breve durata di una rubrica televisiva, ma arricchito dalle esigenze della comunicazione generalista.

“The Making of” è stata una rubrica del magazine “Art News”, prodotto per otto edizioni da Rai Educational e trasmesso su Rai Tre negli anni 2006 – 2013; coloro che l’hanno ideato, scritto e realizzato, Luigi Ceccarelli, Maria Paola Orlandini, Enzo Sferra, partivano dalla convinzione che la comunicazione audiovisiva dell’arte non possa prescindere dalla specificità del mezzo e dalle abitudini all’ascolto dei telespettatori.

Piuttosto che utilizzare gli innocui stereotipi della televisione culturale, si poteva utilizzare il già noto per stravolgerlo, per piegarlo a nuove esigenze: mettere in campo una televisione popolare, riconoscibile nella confezione, allusiva e non rassicurante nei contenuti, sempre critici, mai condizionati  dall’opinione più comune e conformista che domina il campo dell’arte esattamente come regna nelle altre conventicole italiane.

Per fare questo, tornava utile la formula del magazine, con la sua consueta successione di studio e servizi, che anni di tv cronachistica hanno impalmato come il linguaggio dell’attualità.

Solo che attraverso quei servizi così veloci, dinamici, con un uso della musica che andava dritto al cuore; con metodi di ripresa – ai quali si sono addestrati molti giovani registi – specifici per l’arte e che riuscivano a rendere la materia, l’intenzione, lo spirito di un’opera, si cambiava punto di vista, ci si alleava con lo spettatore.

Un’alleanza confermata nello studio televisivo, che preferiva il contorno di una classica scenografia rinunciando agli effetti del virtuale o delle camere “sbollate”; e dove si sceglievano parole per smontare via via i troppi luoghi comuni che riguardano l’arte; come quello che considera l’arte classica più facile da comunicare dell’arte contemporanea, solo in virtù del fatto che le immagini sacre ci sono più famigliari di quelle di uno squalo in formaldeide o di fantocci impiccati ad un albero; una imprudente semplificazione, che trascura la molteplicità di simboli e significati celati, nei secoli, nella figura del Cristo sulla Croce, e la forza di un pensiero contemporaneo non estraneo alla quotidianità degli uomini e delle donne del pianeta.

Soprattutto si ristabiliva un rapporto tra arte e vita che l’arte non ha mai perso, ma quanti la comunicano si. Si poteva interpretare l’economia, la politica, perfino la mafia attraverso lo sguardo e gli strumenti dell’arte, spesso unica alternativa possibile al chiacchiericcio uniforme dilagante.

L’estrema conseguenza di questa impostazione, diventava cedere la parola agli artisti. In una televisione che non produce cultura, ma tutt’al più la riproduce, aggrappata alla mediazione dell’esperto, che mentre valida l’opera d’arte, certifica se stesso e la sua funzione sociale, Art News così, decideva di creare, con The making of, quasi  uno spazio autogestito.

Sotto la direzione artistica di Raffaele Simongini, grazie al suo costante lavoro di ricerca, alla sua capacità di stabilire rapporti di amicizia e confidenza con gli artisti, la cronaca della creazione artistica diventava rito, e guadagnavano la scena della comunicazione gli artefici delle opere, con la viva testimonianza di un processo fatto di sguardi, smorfie, tensione nervosa e muscolare, indagato dalla regia di Angela Landini che restituiva insieme all’ansia della creatività, la pulizia di un metodo costruito su piccole azioni quotidiane, su dettagli e gesti che custodiscono le motivazioni profonde del lavoro artistico.

Si partiva dalla tela o dal legno, dalla gomma, dal bronzo per arrivare all’opera finita, in un percorso che veniva riassunto nei quattro minuti della rubrica ma la cui realizzazione era stata preceduta da giorni di contatti, incontri, condivisione di pensieri.

Gli artisti sono diffidenti, sospettano chi fa televisione di essere incapace di trasmettere i loro sentimenti; ma sono anche generosi, disponibili, simpatici, sempre originali. E questa salutare eccentricità, in un mondo della comunicazione spesso votato alla comunicazione di sé, è stata evidente nella sublime indifferenza che hanno dimostrato per la telecamera, nel loro autentico e sincero interesse solo per il buon esito dell’opera, al di là di ogni personale imbarazzo o reticenza.

Guardarli è un benefico nutrimento; e una speranza di prossimi rivoluzionari sviluppi per la comunicazione dell’arte, ma anche per un medium che ha costruito, finora, sull’omogeneità le fondamenta del suo potere.

Il rapporto tra arte e tv è ancora tutto da sperimentare; tutto comincia ora.

 

1)    Beniamino Placido: “La televisione col cagnolino”, il Mulino, Bologna, 1993 pag.91

 

 

 

 

 

 

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