Ago 092015
 

 

 

Catamo e la direttora 2

Qualche volta mi domando, come penso capiti a tutti coloro che si imbarcano in un’impresa nella quale investono molto in senso intellettuale ed emotivo, se questo blog abbia un senso e se veramente le donne e la cultura condividano un progetto o un destino, per citare il titolo di un saggio del maestro Giulio Carlo Argan.

Poi accade che, per caso, incontro una bravissima artista, anche rigorosa e schiva, come non se ne fabbricano più e come piacciono tanto a me; e, attraverso di lei, conosco una donna fantastica, un raro caso di burocrate immaginifica. Insieme stanno cambiando la realtà ambientale di un ospedale romano; ora vi racconto come.

Loro sono Elisabetta Catamo e Concetta Mirisola.

 

Catamo ospedale 2

Nel centro di Roma, ad un angolo di viale Trastevere, si trova un meraviglioso palazzo storico fatto edificare intorno al 1725 da papa Benedetto XIII che individuò nell’architetto Filippo Raguzzini lo specialista che meglio avrebbe potuto realizzare quell’idea di presidio sanitario per i pellegrini e i poveri che il papa aveva in mente.

Esperto di ingegneria sanitaria, Raguzzini realizzò un capolavoro, non dimenticando di affiancargli una superba chiesa.

L’ospedale Santa Maria e San Gallicano per tutti diventò “il San Gallicano” specializzato nella cura delle malattie della pelle che hanno sempre prediletto, fin dall’epoca di Benedetto XIII, “poveri” e “miserabili”, respinti per paura del contagio perfino dai lebbrosari.

A loro il San Gallicano offre cure e riparo mantenendo nei secoli, una vocazione all’accoglienza che oggi può esercitarsi con profitto nei confronti dei moderni miserabili, i migranti.

Per questo, nel 2007, l’ospedale si trasforma nel INPM: Istituto Nazionale per la promozione della salute delle popolazioni Migranti e il contrasto delle malattie della Povertà.

Catamo pianta rose

 

Quando entrate dentro, complice forse anche la presenza al pianterreno di una sede della scuola di lingua della comunità di Sant’Egidio, avete subito l’impressione di trovarvi in un posto speciale, dove sono ribaltate le percentuali di bianchi e neri, dove tutti si salutano con cordialità, e considerano normale quello che fuori è fonte di tensione sociale, di arroganti pregiudizi, di esercizio di intolleranza e di strumentalizzazione politica.

Bene, un giorno, visto che comunque il San Gallicano fa parte del servizio sanitario a disposizione di tutti i cittadini, Elisabetta che abita nelle vicinanze e ha l’occasione di visitarlo, matura il desiderio di dare un senso ulteriore a quella struttura fornendo un nuovo servizio ai suoi utenti:

Catamo di spalle

accogliere l’arte tra le pareti dell’ospedale, per dare visibilità a quell’armonia possibile che la malattia fa dimenticare e che può diventare, invece,  il traguardo da raggiungere nel percorso di guarigione.

L’armonia perduta tra corpo e mente, tra natura e società, un’assenza che genera, anche in chi non ne è consapevole, rimpianto e nostalgia e con la quale si misura chiunque si ammali; e che le tristi e anonime condizioni dei luoghi di cura spesso alimentano, favorendo la perdita della propria identità, anche sentimentale.

L’arte quando è pubblica, esposta nei luoghi collettivi ha questo proposito e spesso raggiunge un obiettivo: mantenere salda la concezione di sè attraverso il contatto con il sentimento dell’artista che trasmette, con l’esibizione spudorata della sua umanità, solidarietà, vicinanza, speranza. Può essere un aiuto alla guarigione l’arte, quando fornisca un esempio di trasformazione, di esercizio di forza vitale, di cura dell’anima.

Obbedendo ad un impulso irrefrenabile, Elisabetta scrive una mail e, primo segnale di assoluta originalità, il Direttore generale rispose.

Anzi, la Direttrice, Concetta Mirisola, dirigente del Ministero della Salute che dal 2011 ricopre il ruolo di direttore generale del INPM dopo esserne stata commissario straordinario e averlo traghettato verso il nuovo e riconosciuto ruolo di Centro nazionale per la mediazione transculturale in campo sanitario.

La proposta di Elisabetta le piace, viene incontro all’idea che lei ha dell’ospedale e del rapporto che un ente pubblico sanitario deve avere con la sua utenza.

Catamo le due indicano

 

Si incontrano, si studiano, si piacciono. Elisabetta prepara un progetto che è frutto di lunghi e accurati sopralluoghi nel San Gallicano, nei suoi corridoi, nelle sale d’attesa, negli uffici, negli spazi di cura e di ascolto.

Catamo aula con arancioni

Catamo atrio bianco

Catamo pesci vari

Nato nel 2013, il progetto prevede l’esposizione di opere site specific, che modulano colori, forme, materiali sulla base delle funzioni dei luoghi e della loro potenzialità aggregativa.

Catamo parete bianca

“Ogni oggetto va oltre il suo significato apparente, ha una sua anima segreta, una sua storia vissuta. Impulsi profondi accompagnati da momenti di lucidità rapidi come un battito d’ali. Sono creature – oggetti dalle forme tondeggianti o pungenti, ibridi animali, vegetali, fossili, elementi maschili e femminili uniti da un’invisibile simpatia, attratti, respinti in campi magnetici contrapposti”.   Sono alcune delle parole con cui Elisabetta definisce il suo processo creativo in “Carte segrete” nel ’94.

Coerentemente, corrispondono al compito di rendere visibile l’invisibile che Klee (citato da molti critici come il grande padre delle opere di Elisabetta Catamo) assegnava all’arte.

E dalla cellula, creatura-oggetto primigenio, parte la riflessione e il lavoro di Elisabetta per INPM.

Catamo elemento arancione 2

 

Catamo cellule

Catamo cellule corridoioCatamo scritte nomi

Catamo cellule strette 5

L’arte, da sempre, è in guerra con la morte; anzi l’arte è fino ad ora, l’unica pratica che gli esseri umani hanno esercitato per sconfiggere l’impermanenza della vita, la sua transitorietà. Ed è in virtù di questo tacito riconoscimento del loro potere visionario e profetico che gli artisti hanno svolto una funzione sociale nella vita degli umili e dei potenti nella storia dei secoli passati.

Oggi, questo ruolo degli artisti è fortemente in crisi: le immagini in eccesso, gli infiniti schermi della vita quotidiana planetaria, hanno modificato la percezione e la definizione di arte; i concerti delle pop star, i video musicali, le sfilate di moda, l’estetica diffusa del tatuaggio, i corpi palestrati, la nail art, tutti fenomeni di un’illusoria arte pret a porter, segnano la fine di un processo di produzione intellettuale, e indicano nel contempo, il punto più basso di influenza degli artisti nel mondo contemporaneo, la loro impossibilità di segnare con un gesto la realtà e le anime. 

Guardiamo quello che accade in l’Italia: l’opera d’arte contemporanea vive nelle gallerie, abita le case dei collezionisti, popola giardini privati, si esibisce in grandi eventi di carattere internazionale; non si intreccia con gli affanni e le gioie quotidiane, non si mostra nei percorsi abituali della vita di borghi e metropoli, non offre il suo potenziale di interpretazione critica del reale; l’arte è assente dalla vita pubblica perché l’arte pubblica non esiste più.

La crisi economica e finanziaria fornisce un alibi impeccabile alla scomparsa della committenza pubblica, le cui radici sono prima di tutto culturali, come dimostra l’assenza di formazione artistica della maggioranza di politici, assessori e funzionari; basta guardare i moderni decori urbani che “abbelliscono” piazze e giardini italiani; o l’uso indiscriminato della street art come artificiale copertura del degrado urbano, funzionale ormai all’inerzia istituzionale nella manutenzione della cosa pubblica, e anzi complice del suo autoassolvimento.    

Viene da chiedersi perché oggi gli artisti non siano chiamati a dare il loro contributo di idee e di immaginazione; perché, ad esempio, non siano coinvolti in un processo di riabilitazione emotiva della morte, di celebrazione del gran finale dell’umanità.

A loro, agli artisti potrebbe essere affidata la riqualificazione sentimentale delle camere mortuarie negli ospedali, l’accoglienza spirituale di coloro che vi transiteranno, la consolazione che solo l’arte, non perché bella ma perché utile, può dare al dolore. 

Scrivevo così, qualche tempo fa, nell’articolo “Morire non è un  inconveniente” che trovate pubblicato su questo blog.

Credo che interrogarsi oggi su cosa sia arte pubblica e sul ruolo che la sua lontananza o prossimità svolge nelle vite di noi tutti, sia un doveroso atto di politica culturale.

Catamo le due parlano

Appuntamento a settembre, con l’inaugurazione di questo progetto.

Grazie a Elisabetta e Concetta!

Catamo le due di spalle

 

 

 

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