Feb 042015
 

“Contro la separatezza dell’arte, gli artisti prendano la parola nella cronaca: se crediamo che l’arte è vita, siano gli artisti, finalmente! a spiegarci la realtà attraverso lo sguardo e la prospettiva dell’arte”. 

Continua il mini ciclo di riflessioni sulla realtà della cronaca, che ho chiamato cronaca e arte. Oggi vi propongo le parole e i pensieri di Raffaella, donna speciale, artista compiuta, voce originale e spirito acuto e visionario, che sfida la realtà del quotidiano con il suo potere immaginifico.    

Com’è piccolo il mondo, si diceva incontrando un amico in un luogo improbabile, e di ciò si gioiva in sorrisi. Ora si chiamano smile, ora che il mondo è davvero così piccolo che un’ingestibile sensazione di impotenza cosmica ci stringe la gola se un evento efferato tracima dalle cronache, cancellando le distanze in sputo, e si siede sulla nostra stessa sedia, rendendola ostile.

A colpirci non è più la morte del vicino, spesso nemmeno ne conosciamo il nome, o di un amico perso di vista da anni perché la “vita” ci incalza: a incombere e spiazzare sono le notizie additate a nota dagli “estranei”, iniettate a forza nel nostro quotidiano, fattosi incerto e disorientato dalla corsa a ostacoli tra burocrazie e scadenze, senza più orti per gli affetti, per una piccola tribù di amici, piantumata con cura lungo il vialetto di ciò che vorremmo definire a tutto tondo casa, che attenui i venti di quegli eventi che impongono di prendere su di essi precisa posizione. Meglio se verticale.

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Alzarsi in piedi. Misurare la propria statura di essere umano, spesso ripiegato in solo polpastrello a scorrimento rapido, con gli occhi che si incrociano senza il tempo di un punto fermo, di un sentire personale, di un sentiero proprio, tracciato con escoriazioni sulla pelle e sul volto, anche solo per la curiosità di capire cosa ci sia dietro il tendone di Mangiafuoco.

Esseri a fili e file, chiusi tra quattro mura, e tra esse martellati di morti che ci chiedono conto di chi siamo. Urliamo in Facebook ad ogni trauma e l’abbraccio di ritorno è uno smile a tema. Ora è stabilito: il cervello reagisce a quei sorrisi come se fossero di un vero viso, e le foto dei cadaveri sono presenze di vera morte per le nostre emozioni.

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SCHERMATA 2015

Anni fa mi attardai sulla spiaggia per vedere da vicino il mio primo cadavere, un annegato. Volevo capire cosa sentissi in me nel vedere la morte fuori dal riquadro di una foto.

E sfioro il freddo di un volto caro morto, per capire ciò che provo, io che non ho osato carezzarlo in vita, per non svelare la fragilità di un affetto. Quello stesso affetto che nego a me stessa e chiedo invece a gran voce e con fame di futuro ad estranei, quasi che sia da loro che io debba ottenere il diritto di esistere e pensare, di dirmi in arte.

In questo eccesso d’ascolto “a distanza partecipata” si amplificano le difficoltà a riordinare un sentire equilibrato, strattonati da eventi troppo spesso trattati come notizia carsica e strumentale, atta a distogliere da altro che più ci riguarda da vicino e di cui farsi un’attiva opinione. Additare un nemico esterno raduna il gregge. E’ provato.

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1999 LIBERA INFORMAZIONE

Da tempo mi sono persa oltre la staccionata dell’ovile cercando di capire se chi grida al lupo lo faccia realmente per il nostro bene o per meglio tosarci. Testarda proseguo il mio errare, e accolgo con disperato affetto questa parola, errare, intensa e ambigua nel suo significarmi.

Ho perso ancora il filo e i file delle certezze in sisma.

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2009 SISMA

La lingua batte dove il perno caduco duole, il sorriso rifatto in smorfia di dolore. Fuorilegge esibirlo, quando sia “solo” di origine personale.

Quanto fuorilegge è l’invecchiare e la morte, in questo parco giochi a sponde di gomma e silicone. Leciti solo i dibattiti a distanza, fino al pelo nell’uovo e oltre, per poi sparire nelle nebbie di un’altra news a tinte atroci.
Tutti Charlie per un poco, e ora non più, inseguendo nomi, cercando un motivo comune di appartenenza e di significato, perdendo nel frastuono lo stesso perché dell’esserci.
Ma perché qui e non là, con altri nomi e a fianco di altre morti, e chi decide quanti giri fare nella rotatoria senza più veri incroci prima di passare ad altro.

Non ho saggezze da condividere, né nuvole su cui puntare il dito. Procedo a vista, con la testa ormai da tempo oltre la cornice rassicurante di una tela da salotto.

Esplodo in domande. O enigmi muti.

Resto agli albori elementari dei gesti, per vivere le mie riflessioni in semplici appunti sulla battigia su cui regna palese l’onda e incentiva risposte filosofiche di attesa attiva.

Il mio è un quotidiano vivermi pensiero in diretto legame, interdipendente, con i gesti e il vivere sociale del “piccolo mondo” rotante e arrotante. Spesso inciampo maldestra e sprovveduta.

Provo a esserci con. Sia che ciò ostacoli, sia che consenta una seppur personale traduzione di ogni evento.

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In arte non riciclo i materiali ma me stessa, spezzando il tempo lineare nelle volute oscillatorie di un labirinto. Non credo che si evolva in linearità progressiva, quanto in cicli e ricicli, al ritmo dell’onda, nella Storia come nel proprio nucleo originario, culturale e personale. Gli altri, anche solo esistendo, determinano la materia a mia disposizione, dandomi la libertà e il vincolo dei miei passi e nel mio sentire in essa tradotto.

Siamo noi la carta che piego.

Vorrei premere ESC, ma premo INVIO, e “c ondi vivo” mozziconi zoppicanti di pensieri e di dubbi in frammenti d’email. E in un umano abbraccio. rf

versione reporter

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