Ago 022015
 

Mario-Schifano paesaggio tv

I GIORNALISTI

“Ehi, frate’ ”.

Saluta così, il caporedattore romano: piedi sul tavolo, sigaretta in mano, un occhio al computer e uno al cellulare – una volta, un giornalista sportivo, durante un frenetico tg, si telefonò da solo dal fisso al cellulare – il giornalista Rai, manifesta già nella postura e nel frasario una pacata, robusta, autorizzata opinione di sé e dei propri pari (quel “fratè” rivolto ad un collega sta ad indicare: noi ci capiamo, siamo uguali, solidarizziamo) che, nei confronti del restante universo aziendale, si consolida in attitudine al comando.

I giornalisti della Rai rappresentano un folto campionario di umanità, omogeneizzato dall’appartenenza ad una categoria professionale che gode di alto potere contrattuale nell’azienda e di timoroso prestigio nella società.

“Ah ma io chiamo l’ufficio stampa dell’ACEA” confessava candidamente una giornalista alle prese con problemi idraulici; esempio di come il conflitto di interessi in Italia non sia di esclusiva pertinenza della politica.

Una volta, in Rai, i giornalisti stavano, a buon diritto, nelle testate giornalistiche; come direttori, conduttori, inviati, redattori, perfino speaker, da quando si preferì abolire la voce di quelli abilitati, per sostituirla con quelle accentate, dialettali, ma personalizzate, degli iscritti all’albo.

Un esercito di zelig, animato da una volontà di espansione nei territori professionali confinanti; fuoriusciti all’inizio degli anni ’80, gli ultimi esemplari di una brillante stirpe di registi che rispondevano ai nomi di Peppino Sibilla, Libero Bizzarri, Anna Maria Dondi, mandati come elefanti ad estinguersi nell’informazione, gli zelig ne vestirono i panni, dirigendo le riprese di speciali e documentari: il giornalista sapeva, forse lo aveva imparato alla scuola di Perugia, o magari nelle redazioni del giornale di partito dal quale proveniva, cosa riprendere, e soprattutto come; gli serviva soltanto un operatore, “la mia penna” come lo definì una volta Lilli Gruber in una conversazione con Milena Gabanelli.

Indispensabili gli operatori, tanto da trasformarli in un ibrido professionale: i telecineoperatori, stesse mansioni, maggiore intimità, diverso inquadramento, con annessa ascesa nell’olimpo della Casagit.

Poi, chissà quale prima e quale dopo, difficile stabilirlo come nel classico caso di uovo e gallina, arrivarono l’infotainment e l’occupazione giornalistica delle reti tv. Dal tg1a rai uno, dal tg2 a rai due, dal tg3 a Rai tre, l’informazione e i suoi depositari, varcarono la soglia dello spettacolo e degli studi della Dear,  con una provenienza all’inizio più marcatamente socialista, da quel TG2 un po’ farfallone che non disdegnava incursioni  informative in spiagge e discoteche, etichettandole costume e società.

E’ il tempo di Alberto Castagna, Michele Cucuzza, Alda D’Eusanio capostipiti di capistruttura giornalisti, direttori di rete giornalisti, consiglieri d’amministrazione giornalisti, direttori generali giornalisti, presidenti giornalisti.

Siamo lontani dalle giornaliste che ballano il sabato sera rumba e cha cha cha sotto le stelle, ma inizia così un processo irreversibile di commistione tra cronaca e spettacolo, tra informazione e divertimento, tra realtà e finzione che se popola di volti “seri” l’intrattenimento, fa scivolare l’informazione nel baratro dell’inaffidabilità.

Seguono nei decenni, gli orecchini a pendaglio delle conduttrici dei Tg che annunciano tintinnando terremoti e epidemie; apici di foulard e cravatte ipnotizzanti che distolgono l’attenzione dall’arresto degli ultimi corrotti; l’abuso del gobbo elettronico che tramuta la faccia del conduttore in una rigida maschera vuota.

Un gigantesco nonsense invade l’informazione trasformandola in una commedia dai toni ora macabri o grotteschi, sempre artificiali; una fretta comunicativa, priva di spessore e approfondimento dilaga nei programmi d’intrattenimento, giustificando il loro appellativo: d’evasione.

Spariscono i copioni e i testi degli autori; regna sovrana la scaletta che se in un tg scandisce la progressione dei servizi, in un programma ne sancisce l’improvvisazione, l’affidamento alle risposte degli ospiti, alla loro capacità di giocarsi bene la comparsata e guadagnare il prossimo gettone di presenza, anche, se necessario, distinguendosi per aggressività, antipatia, scortesia, maleducazione.

In piedi, al centro dello studio, il giornalista ora è padrone dei destini del programma, domina gli ospiti seduti, costretti a guardarlo dal basso, commercianti e professori ne attendono un cenno, alzano la mano per parlare; è lui l’arbitro della contesa.

Arrivare alla politica è quasi inevitabile da quella posizione e fare il salto dallo schermo allo scranno una tentazione inevitabile per chi ha assaporato il potere in uno studio televisivo. A ben vedere soprattutto nel centro sinistra, dove molti hanno finito con l’identificare il ruolo del conduttore con quello del difensore civico, mentre a destra si è preferito, forse senza ulteriori infingimenti, riversare direttamente nelle aule del parlamento, anche europeo, comici e cantanti.

La vorace attitudine del giornalista Rai si manifesta però con cautela nei confronti della cultura, territorio considerato nelle redazioni marginale rispetto a cronaca e politica e, nelle reti, meno frequentato dai tesserati Usigrai, a parte la presenza pluridecennale dei programmi di Marzullo che gli hanno meritato la qualifica di vicedirettore e responsabile della cultura a Rai Uno, forse per quell’abilità onnivora che si esercita indiscriminatamente su teatro, cinema, arte, libri, di cui invita a parlare altri  giornalisti e mogli di giornalisti.

Il Tg3, benemerito! dedica tutte le notti nell’edizione delle 24.00, uno spazio alla presentazione di un libro che avviene però all’una meno cinque minuti, dopo che per un’ora ci si è chiesti da casa: “ma quello quando parla? Ma non ce l’avrà un’opinione sui fatti della vita? Ah già, quello lo scrittore! Deve parlare del suo libro”. Capita però che una notte a giugno del 2013, il TG3 ospita un esponente del Pdl (l’immancabile Gasparri) e uno del Pd e, accanto a loro, il critico Achille Bonito Oliva impegnato in un resoconto sulla Biennale d’arte di Venezia: i politici, di fronte alle immagini di alcune opere d’arte contemporanea, si danno di gomito, ridacchiano complici, come farebbero in un’aula scolastica degli studenti indisciplinati e impreparati. Con lo stesso imbarazzo che proverebbero se si parlasse di sesso: si capisce che per loro la cultura è pornografia. Anche Mannoni appare divertito; ma si, ci vuole un po’ di alleggerimento! L’arte è svago, tempo libero, turismo. Andate a Venezia, pagate un albergo, magnate a piazza San Marco, visitate le città d’arte: così si incrementa il PIL!

Anche Sgarbi nelle trasmissioni informative di Porro non fa miglior fine: evocato in chiusura di trasmissione, dopo che per due ore si è parlato di cose serie, cioè di politica ed economia, gli si chiede di esibire tutto il suo abusato repertorio: descrivere un’opera con linguaggio “moderno”, possibilmente sguaiato, spettegolare sui colleghi, lanciare strali contro le mostre non organizzate da lui; un teatrino dei pupi che, proprio perché ripetitivo, abusato, conosciuto è antiartistico per definizione se l’arte è, per definizione, innovazione, alterità, sperimentazione.

E così anche Sgarbi finisce in un amaro calderone con l’arte e la cultura condividendo con esse marginalità ed esclusione e ingenerando, forse per la prima volta, in chi lo guarda, un sentimento di pietosa solidarietà.

La cultura, in televisione, fa esplodere il profondo malessere di questo paese, la sua impotenza viscerale, il suo radicato desiderio di dissolvenza. Altro che economia! È la cultura il termometro dello stato d’animo del paese, la misura della sua colpevole arretratezza, la sonda della boriosa  ignoranza di chi confonde l’arte con il tempo libero e scambia per svago, identità e coscienza collettiva.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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