Apr 172015
 

Probabilmente ciò che più mi ha influenzato nell’innamorarmi dei colori è stato un intervento agli occhi da piccolissima. Ricordo nitidamente quando da dietro le bende, intravidi gli spicchi di colore di un pallone gonfiabile. Nella mia memoria era gigantesco e non ne vedevo i confini: un luogo in cui viaggiare senza spostarmi.
Dopo di esso, maestro di fantasia mi è stato il pavimento di casa e le sue improbabili figure mitologiche nascoste nelle screziature naturali della pietra, così come le impagabili crepe sul muro che ritraevano, a seconda della luce, temibili mostri o animaletti innocui.
La realtà tangibile non mi è mai bastata, forse perché la mia fantasia si è allenata cavalcando pagine di libri di avventura e di fantascienza, che recuperavo da mio fratello maggiore o saccheggiando la biblioteca di quartiere.
Ero molto taciturna, e mi piaceva spiegarmi a disegni, scarabocchiando scenette e fumetti. Dopo il Liceo Scientifico sostenni gli esami come Maestro d’arte per potermi iscrivere all’Accademia. La vita mi fu maestra di improvvisi dirottamenti emozionali, e mi trovai a dipingere con i colori a dita insieme alle mie due bambine, nate negli anni in cui ci si sentiva degli irresponsabili a mettere al mondo dei figli, e a venti anni di sicuro lo ero. Quando scoppiò la bomba di Piazza Loggia qui a Brescia, aspettavo Anita, la mia primogenita. Provai l’urgenza di dipingere il mio terrore esternandolo sulla tela.

Ero immersa in uno dei tanti “ismi”, quello più istintivo e viscerale. Poi ne vennero altri.

Dipingevo ed esponevo, ma questo mio esprimermi da autodidatta era un abito e un ambito troppo stretti. Ripresi gli studi, e nel ’90 uscii dall’Accademia di Brera con molte certezze in meno di quando vi entrai, sorretta dall’entusiasmo dei trenta anni e da una conoscenza molto approssimativa dell’arte. Iniziai più seriamente la mia ricerca e approfondii il confronto con chi ha scritto nel tempo il suo linguaggio artistico.

Gli studi accademici fatti in età adulta consentono un confronto più diretto con i docenti: ti sembra di sapere cosa vai cercando e puoi fare domande più mirate, tranne poi renderti conto che più approfondisci, più ti trovi ad annaspare tra mille ipotesi possibili.

Dipingevo, esponevo, vendevo pure, ma la mia urgenza di capire non riguardava solo le tematiche strettamente interne alla tela, e così presto mi ritrovai a cercare fuori da essa le risposte. Iniziai a usare il colore offertomi dalla città nei miei vagabondaggi di viaggiatrice urbana: i volantini pubblicitari, le scatole dei supermercati, i manifesti… Ne sono diventata quasi ingorda, e ogni volta che piego una nuova immagine sono curiosa di capire cosa ne nascerà. Mi piace scardinare l’esito finale di un messaggio e dirottarlo a campo di colore di mio dominio linguistico. Questo non toglie che io sia molto vincolata da ciò che dall’esterno mi viene incontro: un giorno una scatola, un altro un pacco di volantini blu,… e se per caso ne nasce un’idea che ne richiederebbe molti di più, devo invece sottostare ai limiti dati dal materiale stesso. Questi limiti sono per me scuola di vita, perché mi trovo ad apprendere l’elasticità della resilienza e a cercare di applicarla poi in tutto il mio agire, almeno nel proposito. La resilienza è un concetto molto interessante che va rafforzandosi anche nel pensiero e nell’agire di giovani studiosi. Di recente mi sono trovata a leggere un manifesto programmatico, incentrato su di essa, redatto da un gruppo di artisti, architetti e da una giovane storica dell’arte, Ilaria Bignotti, e ciò mi fa molto piacere. Io non sono una rigorosa, mi piace fluttuare e inciampare, e anche stare seduta ad attendere, ma vedo di buon occhio chi ha il coraggio di dichiararsi nero su bianco, dovendo poi in qualche modo passare all’agire con coerenza.

In questi miei venti anni di ricerca, che calcolo da quando ho abbandonato il ring della tela per espandermi su qualsiasi cosa mi incuriosisca, credo di avere delineato un mio linguaggio, un alfabeto che si nutre e si visualizza in differenti media e materiali: la carta, il monitor, la foto, il video, la performance…  Non riesco a lasciarmi confinare in un unico “prodotto riconoscibile” e questo rende spesso difficile la mediazione con i galleristi e con la quotidianità. Quando penso di aver trovato qualcosa che valga veramente la pena di mostrare, chiedo a qualcuno di fermarsi un attimo a guardare attraverso i miei occhi, attraverso il mio lavoro, ma non è semplice. Il rituale di una mostra non è mai ottimale per un vero confronto con l’altro.
Non ostante che il mio curriculum si stia infittendo di eventi, ho da anni una sgradevole sensazione di soliloquio, solo un po’ attenuata grazie alla Rete. Lo scambio arricchisce e consolida le mie certezze di non essere fuori strada, anche se è sterrata e in salita. Ciò in cui devo ancora allenarmi è la mediazione con il quotidiano, burocrazie e scadenze, acciacchi e scocciatori…  difficile raggiungere un equilibrio con il senso pratico delle cose, non uscirei mai dallo studio, e a parlar poco si parlerebbe ancora meno. In compenso mi piace scrivere… So che avrei dovuto parlare delle tappe salienti della mia carriera, ma mi sono persa via. Per una dettagliata cronistoria e per l’elenco mostre… c’è sempre la Rete. Ormai siamo tutti sotto la lente del virtuale e tutto sembra svelarsi dietro il prossimo link, se abbiamo curiosità su qualcuno. Basta digitarne il nome. Raffaella Formenti.

Brescia- Gennaio 2014

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