Maria Paola Orlandini

Biografia di Federica Amichetti

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Mar 152016
 

Federica Amichetti nasce a Recanati nel 1976.

Laureata nel 2001 con una tesi in estetica, titolata Il corpo come teatro all’Accademia Belle Arti di Macerata. Nel corso della sua formazione artistica ha frequentato la scuola di recitazione del Minimo Teatro di Maurizio Boldrini a Macerata e ha partecipato a vari workshop con artisti come Betty Bee,  Bernhard Rüdiger e Giovanni Meloni.

Inizia ad esporre dal 2003 e nel corso degli anni il suo percorso artistico, dove la Natura e il sentimento umano percorrono binari paralleli, si arricchisce di diversi linguaggi espressivi e all’interno delle sue istallazioni, il video, la fotografia, il disegno sono capaci di convivere in maniera osmotica, naturale.

Tra le mostre degli ultimi anni segnaliamo nel 2010 InOpera 2010. Sulle Orme di Padre Matteo Ricci a cura di Antonio Paolucci, Paola Ballesi ed Elisa Mori presso i Musei civici di Palazzo Buonaccorsi di Macerata. Nel 2011 la partecipazione alla LIV Esposizione Internazionale d’Arte della Biennale di Venezia, a cura di Vittorio Sgarbi presso la Mole Vanvitelliana di Ancona, e la personale Iconografia dell’invisibile, a cura di Paola Ballesi nel Centro di Documentazione della Ricerca Artistica Contemporanea Luigi Di Sarro a Roma nel 2012. Nello stesso anno l’istallazione  Im-perfetto equilibrio, a cura di Paola Ballesi presso l’abbazia di Santa Maria di Chiaravalle di Fiastra (MC). Nonostante le opere siano intrise di significato andando a scavare nell’animo umano, dominano in maniera sempre crescente l’assenza e il silenzio, un’atmosfera meditativa che va verso le esperienze asiatiche, in particolar modo cinesi.

Fra gli eventi più recenti ricordiamo la collettiva Art.1 della Costituzione italiana nel Museo Civico Villa Colloredo Mels di Recanati (MC), la partecipazione alla collettiva Marche Centro d’Arte Expo a San Benedetto del Tronto, e soprattutto la sua ultima istallazione site-specific Mater Mater-ia a cura di Valentina Falcioni. Mater Mater-ia è un’istallazione realizzata in due esperienze differenti nel corso del 2013, dapprima un intervento di performance e land art nella grotta della Margherita Rossa a Colle San Marco per il Festival dell’Appennino di Ascoli Piceno e poi nella splendida cornice di S. Emidio alle Grotte di Ascoli Piceno, dove la dimensione del Sacro e della Mater assume contorni e riflessioni anche sociali. La Mostra collettiva, Mon Appetit, presso la Galerie de Baurepaire, di Parigi. Mostra collettiva, Mangiare (IL) Bene, a cura di Nikla Cingolani, in occasione di Expo  Milano 2015 presso lo Spazio Elica Milano con l’opera sulle ossessioni, Storia di una resistenza.

 

 

 

 

PRIVATA

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Mar 152016
 

 

“Privata” è un progetto e una mostra contro la violenza. Fa tappa fino al 20 marzo a Sansepolcro (Arezzo) nel Museo civico. Questo è il comunicato stampa di presentazione.

PRIVATA, progetto espositivo e didattico dedicato al tema della violenza di genere e del femminicidio.

Nato da un’idea dell’artista Federica Amichetti, PRIVATA affronta il tema attraverso l’arte contemporanea, sottolineando il ruolo sociale dell’arte e della cultura quale veicolo di comunicazione, sollecitazione e riflessione su tematiche erroneamente considerate e definite “private”.

Parte fondamentale del progetto è un programma didattico, in quanto PRIVATA si propone l’obiettivo di contribuire alla costruzione di una cultura della non violenza, nel rispetto della parità dei sessi, a partire dalla scuola. Oltre agli incontri con gli studenti, guidati da psicologi e criminologi, il progetto è segnato da convegni aperti al pubblico.

PRIVATA – proposta per la prima volta al pubblico l’8 marzo del 2014 ad Ancona – arriva a Sansepolcro dopo le tappe a Sorrento e Penne (2014) e a Cosenza e Milano (2015).

Amichetti imperfetto equilibrio 11

Federica Amichetti, Imperfetto equilibrio, 2015

Molti artisti nel corso del tempo hanno partecipato a PRIVATA che nel Museo civico di Sansepolcro a cura di Antonio Zimarino presenta opere di Federica Amichetti, Attinia, Alessandra Baldoni, Mandra Cerrone, Angelo Colangelo, Annaclara Di Biase, Ilaria Margutti, Giancarlo Marcali e Rita Soccio con il contributo di Nikla Cingolani e della giornalista Tamara Ferrari.

La mostra presenta il tema del femminicidio e della violenza di genere prendendo come punto di partenza e riferimento la sfera intima, proprio per rifiutare la relegazione della questione alla sfera del privato. Procedendo per negazione l’esposizione evidenzia la diffusione del dramma utilizzando il termine “privata” nella sulla sua duplice accezione e dunque anche guardando alla violenza come privazione (di dignità, rispetto, diritto, libertà, nonché della vita stessa).

Sono presentate opere che vanno dalla istallazione al video, dalla fotografia alla documentazione da azione performativa, tutte volte a denunciare e al tempo stesso ad aprire una riflessione sulla natura, le dinamiche e le implicazioni personali e sociali della violenza.

Amichetti opera Angelo Colangelo

Angelo Colangelo, L’insostenibile leggerezza dell’essere, 2014 fotografia da performance. Courtesy dell’artista

Il progetto è accompagnato da un omonimo libro con contributi di giornalisti, critici, criminologi, teorici e politici ed edito da Comunication Project, Recanati (MC).

 PRIVATA è progetto culturale, sociale, artistico e didattico, perché affronta un tema sociale che attraversa la storia della civiltà, perché partendo dal linguaggio dell’arte contemporanea coinvolge artisti, cittadini, studenti, genitori e insegnanti offrendo spunti di riflessione e dibattito, perché negli incontri pubblici e con il libro-catalogo varca il confine disciplinare grazie all’intervento di professionalità varie.

Nel corso della mostra a Sansepolcro sarà proposto un incontro didattico per studenti e genitori con la partecipazione di Daniela Frullani, Sindaco di Sansepolcro; Eleonora Ducci, Vicepresidente della Provincia di Arezzo; Marilena Pietri, Consigliere di Parità della Provincia di Arezzo; Pina Ferraro Fazio, Consigliere di Parità della Provincia di Ancona; Maria Rosa Chiasserini, Presidente Commissione Pari Opportunità del Comune di Sansepolcro, tutte professionalmente impegnate contro le discriminazioni e le violenze di genere.

Amichetti Privata 1. Annaclara Di Biase

Annaclara Di Biase, Lanalos, 2012 videoperformance, still da video. Courtesy dell’artista 

Il progetto PRIVATA gode del sostegno e della collaborazione dell’Associazione Donne e Giustizia onlus di Ancona e del Comitato Marche “Se non ora quando”, oltre al supporto di tutte le istituzioni comunali di volta in volta coinvolte nelle varie tappe.

Per la mostra in Toscana, il progetto gode della collaborazione del Comune di Sansepolcro, del Museo civico Sansepolcro.

Al progetto PRIVATA, si affianca lo spazio espositivo della CasermArcheologica con l’installazione di Marco Mercati concepita proprio per sostenere il progetto Privata in collaborazione con Le Giraffe Labs.

SCHEDA TECNICA

PRIVATA a cura di Antonio Zimarino

Museo Civico di Sansepolcro

Via Niccolò Aggiunti 65, Sansepolcro (Arezzo)

Dal 5 al 20 marzo 2016

Inaugurazione: 5 marzo ore 17.30

Ingresso libero

Orari: dal lunedi alla domenica 10-13 /14.30-18

Informazioni Museo: museocivico@comune.sansepolcro.ar.it / tel.– Fax: +39 0575 732218

Informazioni PRIVATA: progettoprivata@gmail.com / tel.: 339.2715635

Libro-catalogo: PRIVATA, autori vari, Comunication Project, Recanati (MC) 2014

Ufficio stampa

Federica La Paglia

f.lapaglia@gmail.com / +39 338.9982553

 

Amichetti Privata Attinia

Attinia, Stigmata, 2014 still da video

 

“PRIVATA” è stato pensato e voluto dall’artista Federica Amichetti che risponde così alle mie domande sulle sue motivazioni e sulla sua determinazione nel perseguirle. 

Il progetto ha richiesto diversi mesi di realizzazione ma è stato subito accolto in maniera molto favorevole dalle personalità coinvolte, per cui c’è  stata una collaborazione così spontanea che ha reso questo tempo prezioso per dare ancora più spessore al progetto.

E mi ha permesso di capire molto meglio un fenomeno al di là degli stereotipi. Purtroppo sappiamo come sia difficile in questo momento reperire dei fondi dalle istituzioni, specie in ambito culturale.  Inoltre il progetto nasce proprio con una finalità di collaborazione e condivisione sociale, e con questo spirito ho deciso che la strada della condivisione pubblica in rete potesse essere percorribile, e così è stato. Il progetto è stato finanziato con un crowfounding.

Con questa raccolta fondi è stato possibile realizzare le mostre in diverse città italiane, e anche effettuare delle donazioni ad associazioni  e fondazioni che si occupano di proteggere le donne e i bambini.

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Importante per me in questo progetto è che fosse sociale nel vero senso della parola nella sua totalità: sia perché si occupa di un argomento sociale importante e da approfondire, sia perché ho voluto che nelle diverse città in cui era presente la mostra fossero presenti e coinvolte le varie associazioni del territorio che si occupano ogni giorno del sociale e in special modo di violenza sulle donne. Spesso si sono avvicinate a noi famiglie coinvolte in casi di femminicidi, proprio a portare la propria testimonianza. Spesso per dare voce a chi voce non ne ha più dopo il primo momento di scoop della cronaca. E infine siccome tutto questo doveva ritornare al “sociale” anche in termini economici, ho sempre organizzato una raccolta fondi durante la mostra e i convegni devoluta poi alle varie associazioni. Il libro stesso una parte del ricavato va in beneficienza.

Il progetto nel tempo si è evoluto e si sono succeduti diversi artisti e diversi curatori, ognuno ha portato la propria volontà e il proprio vissuto in questo progetto.

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Federica Amichetti, Storia di una resistenza, frame video, 2014

Da parte mia, ho sempre creduto che la cultura sia davvero l’unica strada che porta al cambiamento, un cambiamento interiore nelle persone. Qualcuno potrebbe chiedersi cosa c’entra un artista con la direttrice di un carcere o una criminologa? Nulla forse.. ma è per questo che ho voluto unire in questo progetto professionalità e personalità così differenti e così lontane forse dall’arte. Iniziare a dialogare, un  dialogo culturale che avesse diverse sfaccettature.

E da artista credo l’arte abbia il potere e la capacità di turbare e mettere in discussione la nostra visione consueta, stereotipata e assuefatta della violenza. L’arte ha sempre la capacità di farci comprendere le pieghe dell’animo più profonde, di farci entrare nella nostra pelle.

PRIVATA è stato sicuramente il progetto più complesso a livello sociale, ma è un filo che da sempre attraversa la mia ricerca artistica. Anche se spesso mi piace indagare un problema sociale riportandolo all’intimo di ognuno, del singolo. Con uno sguardo molto più interiore.

Amichetti Privata

Federica Amichetti, Saluti e baci, 2014 installazione (particolare). Courtesy dell’artista 

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Federica Amichetti, _Pe(n)sa_ bilancia, 2014

La biografia di Federica la trovate nella sezione Biografie

 

 

 

due donne: un buon esempio

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Ago 092015
 

 

 

Catamo e la direttora 2

Qualche volta mi domando, come penso capiti a tutti coloro che si imbarcano in un’impresa nella quale investono molto in senso intellettuale ed emotivo, se questo blog abbia un senso e se veramente le donne e la cultura condividano un progetto o un destino, per citare il titolo di un saggio del maestro Giulio Carlo Argan.

Poi accade che, per caso, incontro una bravissima artista, anche rigorosa e schiva, come non se ne fabbricano più e come piacciono tanto a me; e, attraverso di lei, conosco una donna fantastica, un raro caso di burocrate immaginifica. Insieme stanno cambiando la realtà ambientale di un ospedale romano; ora vi racconto come.

Loro sono Elisabetta Catamo e Concetta Mirisola.

 

Catamo ospedale 2

Nel centro di Roma, ad un angolo di viale Trastevere, si trova un meraviglioso palazzo storico fatto edificare intorno al 1725 da papa Benedetto XIII che individuò nell’architetto Filippo Raguzzini lo specialista che meglio avrebbe potuto realizzare quell’idea di presidio sanitario per i pellegrini e i poveri che il papa aveva in mente.

Esperto di ingegneria sanitaria, Raguzzini realizzò un capolavoro, non dimenticando di affiancargli una superba chiesa.

L’ospedale Santa Maria e San Gallicano per tutti diventò “il San Gallicano” specializzato nella cura delle malattie della pelle che hanno sempre prediletto, fin dall’epoca di Benedetto XIII, “poveri” e “miserabili”, respinti per paura del contagio perfino dai lebbrosari.

A loro il San Gallicano offre cure e riparo mantenendo nei secoli, una vocazione all’accoglienza che oggi può esercitarsi con profitto nei confronti dei moderni miserabili, i migranti.

Per questo, nel 2007, l’ospedale si trasforma nel INPM: Istituto Nazionale per la promozione della salute delle popolazioni Migranti e il contrasto delle malattie della Povertà.

Catamo pianta rose

 

Quando entrate dentro, complice forse anche la presenza al pianterreno di una sede della scuola di lingua della comunità di Sant’Egidio, avete subito l’impressione di trovarvi in un posto speciale, dove sono ribaltate le percentuali di bianchi e neri, dove tutti si salutano con cordialità, e considerano normale quello che fuori è fonte di tensione sociale, di arroganti pregiudizi, di esercizio di intolleranza e di strumentalizzazione politica.

Bene, un giorno, visto che comunque il San Gallicano fa parte del servizio sanitario a disposizione di tutti i cittadini, Elisabetta che abita nelle vicinanze e ha l’occasione di visitarlo, matura il desiderio di dare un senso ulteriore a quella struttura fornendo un nuovo servizio ai suoi utenti:

Catamo di spalle

accogliere l’arte tra le pareti dell’ospedale, per dare visibilità a quell’armonia possibile che la malattia fa dimenticare e che può diventare, invece,  il traguardo da raggiungere nel percorso di guarigione.

L’armonia perduta tra corpo e mente, tra natura e società, un’assenza che genera, anche in chi non ne è consapevole, rimpianto e nostalgia e con la quale si misura chiunque si ammali; e che le tristi e anonime condizioni dei luoghi di cura spesso alimentano, favorendo la perdita della propria identità, anche sentimentale.

L’arte quando è pubblica, esposta nei luoghi collettivi ha questo proposito e spesso raggiunge un obiettivo: mantenere salda la concezione di sè attraverso il contatto con il sentimento dell’artista che trasmette, con l’esibizione spudorata della sua umanità, solidarietà, vicinanza, speranza. Può essere un aiuto alla guarigione l’arte, quando fornisca un esempio di trasformazione, di esercizio di forza vitale, di cura dell’anima.

Obbedendo ad un impulso irrefrenabile, Elisabetta scrive una mail e, primo segnale di assoluta originalità, il Direttore generale rispose.

Anzi, la Direttrice, Concetta Mirisola, dirigente del Ministero della Salute che dal 2011 ricopre il ruolo di direttore generale del INPM dopo esserne stata commissario straordinario e averlo traghettato verso il nuovo e riconosciuto ruolo di Centro nazionale per la mediazione transculturale in campo sanitario.

La proposta di Elisabetta le piace, viene incontro all’idea che lei ha dell’ospedale e del rapporto che un ente pubblico sanitario deve avere con la sua utenza.

Catamo le due indicano

 

Si incontrano, si studiano, si piacciono. Elisabetta prepara un progetto che è frutto di lunghi e accurati sopralluoghi nel San Gallicano, nei suoi corridoi, nelle sale d’attesa, negli uffici, negli spazi di cura e di ascolto.

Catamo aula con arancioni

Catamo atrio bianco

Catamo pesci vari

Nato nel 2013, il progetto prevede l’esposizione di opere site specific, che modulano colori, forme, materiali sulla base delle funzioni dei luoghi e della loro potenzialità aggregativa.

Catamo parete bianca

“Ogni oggetto va oltre il suo significato apparente, ha una sua anima segreta, una sua storia vissuta. Impulsi profondi accompagnati da momenti di lucidità rapidi come un battito d’ali. Sono creature – oggetti dalle forme tondeggianti o pungenti, ibridi animali, vegetali, fossili, elementi maschili e femminili uniti da un’invisibile simpatia, attratti, respinti in campi magnetici contrapposti”.   Sono alcune delle parole con cui Elisabetta definisce il suo processo creativo in “Carte segrete” nel ’94.

Coerentemente, corrispondono al compito di rendere visibile l’invisibile che Klee (citato da molti critici come il grande padre delle opere di Elisabetta Catamo) assegnava all’arte.

E dalla cellula, creatura-oggetto primigenio, parte la riflessione e il lavoro di Elisabetta per INPM.

Catamo elemento arancione 2

 

Catamo cellule

Catamo cellule corridoioCatamo scritte nomi

Catamo cellule strette 5

L’arte, da sempre, è in guerra con la morte; anzi l’arte è fino ad ora, l’unica pratica che gli esseri umani hanno esercitato per sconfiggere l’impermanenza della vita, la sua transitorietà. Ed è in virtù di questo tacito riconoscimento del loro potere visionario e profetico che gli artisti hanno svolto una funzione sociale nella vita degli umili e dei potenti nella storia dei secoli passati.

Oggi, questo ruolo degli artisti è fortemente in crisi: le immagini in eccesso, gli infiniti schermi della vita quotidiana planetaria, hanno modificato la percezione e la definizione di arte; i concerti delle pop star, i video musicali, le sfilate di moda, l’estetica diffusa del tatuaggio, i corpi palestrati, la nail art, tutti fenomeni di un’illusoria arte pret a porter, segnano la fine di un processo di produzione intellettuale, e indicano nel contempo, il punto più basso di influenza degli artisti nel mondo contemporaneo, la loro impossibilità di segnare con un gesto la realtà e le anime. 

Guardiamo quello che accade in l’Italia: l’opera d’arte contemporanea vive nelle gallerie, abita le case dei collezionisti, popola giardini privati, si esibisce in grandi eventi di carattere internazionale; non si intreccia con gli affanni e le gioie quotidiane, non si mostra nei percorsi abituali della vita di borghi e metropoli, non offre il suo potenziale di interpretazione critica del reale; l’arte è assente dalla vita pubblica perché l’arte pubblica non esiste più.

La crisi economica e finanziaria fornisce un alibi impeccabile alla scomparsa della committenza pubblica, le cui radici sono prima di tutto culturali, come dimostra l’assenza di formazione artistica della maggioranza di politici, assessori e funzionari; basta guardare i moderni decori urbani che “abbelliscono” piazze e giardini italiani; o l’uso indiscriminato della street art come artificiale copertura del degrado urbano, funzionale ormai all’inerzia istituzionale nella manutenzione della cosa pubblica, e anzi complice del suo autoassolvimento.    

Viene da chiedersi perché oggi gli artisti non siano chiamati a dare il loro contributo di idee e di immaginazione; perché, ad esempio, non siano coinvolti in un processo di riabilitazione emotiva della morte, di celebrazione del gran finale dell’umanità.

A loro, agli artisti potrebbe essere affidata la riqualificazione sentimentale delle camere mortuarie negli ospedali, l’accoglienza spirituale di coloro che vi transiteranno, la consolazione che solo l’arte, non perché bella ma perché utile, può dare al dolore. 

Scrivevo così, qualche tempo fa, nell’articolo “Morire non è un  inconveniente” che trovate pubblicato su questo blog.

Credo che interrogarsi oggi su cosa sia arte pubblica e sul ruolo che la sua lontananza o prossimità svolge nelle vite di noi tutti, sia un doveroso atto di politica culturale.

Catamo le due parlano

Appuntamento a settembre, con l’inaugurazione di questo progetto.

Grazie a Elisabetta e Concetta!

Catamo le due di spalle

 

 

 

Brandelli di Rai 3

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Ago 022015
 

Mario-Schifano paesaggio tv

I GIORNALISTI

“Ehi, frate’ ”.

Saluta così, il caporedattore romano: piedi sul tavolo, sigaretta in mano, un occhio al computer e uno al cellulare – una volta, un giornalista sportivo, durante un frenetico tg, si telefonò da solo dal fisso al cellulare – il giornalista Rai, manifesta già nella postura e nel frasario una pacata, robusta, autorizzata opinione di sé e dei propri pari (quel “fratè” rivolto ad un collega sta ad indicare: noi ci capiamo, siamo uguali, solidarizziamo) che, nei confronti del restante universo aziendale, si consolida in attitudine al comando.

I giornalisti della Rai rappresentano un folto campionario di umanità, omogeneizzato dall’appartenenza ad una categoria professionale che gode di alto potere contrattuale nell’azienda e di timoroso prestigio nella società.

“Ah ma io chiamo l’ufficio stampa dell’ACEA” confessava candidamente una giornalista alle prese con problemi idraulici; esempio di come il conflitto di interessi in Italia non sia di esclusiva pertinenza della politica.

Una volta, in Rai, i giornalisti stavano, a buon diritto, nelle testate giornalistiche; come direttori, conduttori, inviati, redattori, perfino speaker, da quando si preferì abolire la voce di quelli abilitati, per sostituirla con quelle accentate, dialettali, ma personalizzate, degli iscritti all’albo.

Un esercito di zelig, animato da una volontà di espansione nei territori professionali confinanti; fuoriusciti all’inizio degli anni ’80, gli ultimi esemplari di una brillante stirpe di registi che rispondevano ai nomi di Peppino Sibilla, Libero Bizzarri, Anna Maria Dondi, mandati come elefanti ad estinguersi nell’informazione, gli zelig ne vestirono i panni, dirigendo le riprese di speciali e documentari: il giornalista sapeva, forse lo aveva imparato alla scuola di Perugia, o magari nelle redazioni del giornale di partito dal quale proveniva, cosa riprendere, e soprattutto come; gli serviva soltanto un operatore, “la mia penna” come lo definì una volta Lilli Gruber in una conversazione con Milena Gabanelli.

Indispensabili gli operatori, tanto da trasformarli in un ibrido professionale: i telecineoperatori, stesse mansioni, maggiore intimità, diverso inquadramento, con annessa ascesa nell’olimpo della Casagit.

Poi, chissà quale prima e quale dopo, difficile stabilirlo come nel classico caso di uovo e gallina, arrivarono l’infotainment e l’occupazione giornalistica delle reti tv. Dal tg1a rai uno, dal tg2 a rai due, dal tg3 a Rai tre, l’informazione e i suoi depositari, varcarono la soglia dello spettacolo e degli studi della Dear,  con una provenienza all’inizio più marcatamente socialista, da quel TG2 un po’ farfallone che non disdegnava incursioni  informative in spiagge e discoteche, etichettandole costume e società.

E’ il tempo di Alberto Castagna, Michele Cucuzza, Alda D’Eusanio capostipiti di capistruttura giornalisti, direttori di rete giornalisti, consiglieri d’amministrazione giornalisti, direttori generali giornalisti, presidenti giornalisti.

Siamo lontani dalle giornaliste che ballano il sabato sera rumba e cha cha cha sotto le stelle, ma inizia così un processo irreversibile di commistione tra cronaca e spettacolo, tra informazione e divertimento, tra realtà e finzione che se popola di volti “seri” l’intrattenimento, fa scivolare l’informazione nel baratro dell’inaffidabilità.

Seguono nei decenni, gli orecchini a pendaglio delle conduttrici dei Tg che annunciano tintinnando terremoti e epidemie; apici di foulard e cravatte ipnotizzanti che distolgono l’attenzione dall’arresto degli ultimi corrotti; l’abuso del gobbo elettronico che tramuta la faccia del conduttore in una rigida maschera vuota.

Un gigantesco nonsense invade l’informazione trasformandola in una commedia dai toni ora macabri o grotteschi, sempre artificiali; una fretta comunicativa, priva di spessore e approfondimento dilaga nei programmi d’intrattenimento, giustificando il loro appellativo: d’evasione.

Spariscono i copioni e i testi degli autori; regna sovrana la scaletta che se in un tg scandisce la progressione dei servizi, in un programma ne sancisce l’improvvisazione, l’affidamento alle risposte degli ospiti, alla loro capacità di giocarsi bene la comparsata e guadagnare il prossimo gettone di presenza, anche, se necessario, distinguendosi per aggressività, antipatia, scortesia, maleducazione.

In piedi, al centro dello studio, il giornalista ora è padrone dei destini del programma, domina gli ospiti seduti, costretti a guardarlo dal basso, commercianti e professori ne attendono un cenno, alzano la mano per parlare; è lui l’arbitro della contesa.

Arrivare alla politica è quasi inevitabile da quella posizione e fare il salto dallo schermo allo scranno una tentazione inevitabile per chi ha assaporato il potere in uno studio televisivo. A ben vedere soprattutto nel centro sinistra, dove molti hanno finito con l’identificare il ruolo del conduttore con quello del difensore civico, mentre a destra si è preferito, forse senza ulteriori infingimenti, riversare direttamente nelle aule del parlamento, anche europeo, comici e cantanti.

La vorace attitudine del giornalista Rai si manifesta però con cautela nei confronti della cultura, territorio considerato nelle redazioni marginale rispetto a cronaca e politica e, nelle reti, meno frequentato dai tesserati Usigrai, a parte la presenza pluridecennale dei programmi di Marzullo che gli hanno meritato la qualifica di vicedirettore e responsabile della cultura a Rai Uno, forse per quell’abilità onnivora che si esercita indiscriminatamente su teatro, cinema, arte, libri, di cui invita a parlare altri  giornalisti e mogli di giornalisti.

Il Tg3, benemerito! dedica tutte le notti nell’edizione delle 24.00, uno spazio alla presentazione di un libro che avviene però all’una meno cinque minuti, dopo che per un’ora ci si è chiesti da casa: “ma quello quando parla? Ma non ce l’avrà un’opinione sui fatti della vita? Ah già, quello lo scrittore! Deve parlare del suo libro”. Capita però che una notte a giugno del 2013, il TG3 ospita un esponente del Pdl (l’immancabile Gasparri) e uno del Pd e, accanto a loro, il critico Achille Bonito Oliva impegnato in un resoconto sulla Biennale d’arte di Venezia: i politici, di fronte alle immagini di alcune opere d’arte contemporanea, si danno di gomito, ridacchiano complici, come farebbero in un’aula scolastica degli studenti indisciplinati e impreparati. Con lo stesso imbarazzo che proverebbero se si parlasse di sesso: si capisce che per loro la cultura è pornografia. Anche Mannoni appare divertito; ma si, ci vuole un po’ di alleggerimento! L’arte è svago, tempo libero, turismo. Andate a Venezia, pagate un albergo, magnate a piazza San Marco, visitate le città d’arte: così si incrementa il PIL!

Anche Sgarbi nelle trasmissioni informative di Porro non fa miglior fine: evocato in chiusura di trasmissione, dopo che per due ore si è parlato di cose serie, cioè di politica ed economia, gli si chiede di esibire tutto il suo abusato repertorio: descrivere un’opera con linguaggio “moderno”, possibilmente sguaiato, spettegolare sui colleghi, lanciare strali contro le mostre non organizzate da lui; un teatrino dei pupi che, proprio perché ripetitivo, abusato, conosciuto è antiartistico per definizione se l’arte è, per definizione, innovazione, alterità, sperimentazione.

E così anche Sgarbi finisce in un amaro calderone con l’arte e la cultura condividendo con esse marginalità ed esclusione e ingenerando, forse per la prima volta, in chi lo guarda, un sentimento di pietosa solidarietà.

La cultura, in televisione, fa esplodere il profondo malessere di questo paese, la sua impotenza viscerale, il suo radicato desiderio di dissolvenza. Altro che economia! È la cultura il termometro dello stato d’animo del paese, la misura della sua colpevole arretratezza, la sonda della boriosa  ignoranza di chi confonde l’arte con il tempo libero e scambia per svago, identità e coscienza collettiva.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Giu 272015
 
Immagine


 In pochi minuti, attraverso l'arte,
 un'istantanea della nostra vita di tutti i giorni,
 un "quadro" di come è ora la nostra società.


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Brandelli di Rai 2

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Giu 212015
 

Mario-Schifano paesaggio tv

Come definire la stanza 323 che sta nella parete di fronte a quella delle stanze 321, 322, 324? Un atto creativo? Un test da superare? O l’affermazione di una volontà di potere?

Decido io dove sta la 323, avrà pensato qualcuno, e non sta dove credi tu, ma dove dico io! Qualcuno – un funzionario, forse un dirigente! – avrà pur firmato un “appunto” per quei numeri nei corridoi; una sigla ci vuole sempre, lo comanda la legge della burocrazia.

E’grazie alla burocrazia, però, che emergono innumerevoli possibilità di riflessione sul destino degli uomini e su quello proprio; venate, in quest’ultimo caso, dall’ombra di un sospetto: l’imprevisto è colpa mia?

Perché la granitica e impudente sicurezza della burocrazia si fonda sulla capacità di indurre un costante, estenuante senso di colpa in chi non la condivide, capace di mettere in discussione la sua identità, non solo la sua carriera. E di segnare per sempre la diversità tra chi conosce la destra e la sinistra del corridoio, riconosce i numeri pari e quelli dispari, accetta senza sorprese e proteste il 9.166.

176, 178, 180, 179, 181, 183, 185: qui un nuovo caso di imprevisto: da pari a dispari nello stesso lato del corridoio. L’imprevisto non è più anomalia, ma la definitiva certificazione dell’assenza di regole, la plateale esibizione di una volontà di decisione indifferente all’ordine e alla progressione dei numeri.

Qui si dimostra la prontezza del perfetto funzionario integrato che dissimula ogni stupore di fronte al repentino cambiamento dei numeri, come di posizioni e schieramenti aziendali: ciò che era in auge fino ad un momento prima, viene buttato rapidamente alle ortiche tra il consenso generale di impiegati e dirigenti storditi dallo tsunami  dell’obbedienza, un vortice che si avvicina trascinando parole d’ordine che non tardano a diffondersi come un contagio: è stato così per infungibilità, la più longeva, in uso dall’estate 2010, o per assessment ideata dal talento narrativo di Pier Luigi Celli, o per la più recente: nativo digitale strumento di mobbing per impiegati analogici nelle mani del talentuoso direttore generale Gubitosi.

Finalmente, superati gli ostacoli e i trabocchetti del palazzo, arrancando sulla moquette grigioblu, accompagnati dalle sagome delle fotocopiatrici color crema, incrociando lo sguardo di uomini e donne senza sguardo, in fondo a quel corridoio, si arriva alla meta, un baluardo resistente:  una stanza con centinaia di berretti colorati di tutti i paesi del mondo appesi alle pareti, sulla porta una foto ironica del Berlusconi che fu, tre scrivanie per distribuire i cellulari di servizio, un occhio di riguardo per dirigenti e giornalisti, fisso in testa l’orario di mensa, le 12.30, intorno al quale si organizza la giornata e la vita.

Benvenuti in Rai!

Brandelli Di Rai

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Giu 172015
 

Mario-Schifano paesaggio tv

Stanza 162, 164, 166; bene, tutto procede per il meglio, coerentemente: da questa parte del lungo corridoio del Palazzo, le stanze pari; ecco, dalla finestra si vede la scultura/cavallo di Messina, il viale con i giardini in mezzo, la trattoria all’angolo, proprio di fronte al mitico viale Mazzini 14, 00195 Roma di tutti i quiz, di tutte le domande per partecipare, di tutte le signorine buonasera, di tutte le cene nelle case degli italiani sotto i lampadari di velluto o intorno ai tavoli di formica, ma tutti installati davanti alla tv, quando la televisione annunciava che Kennedy era morto, che papa Giovanni salutava i bambini, che la signorina Mina era diventata mamma.

Stanza 170, 172, 9.166. 9.166? si guarda meglio, si allunga il collo fino alla targhetta, si torna indietro: sicuramente dev’essere sfuggito qualcosa mentre si avanzava a passo rapido, forse una serie di stanze in una rientranza del corridoio, uno slargo nascosto; ma il muro scorre liscio, non presenta anfratti, nessuna interruzione; ci si deve arrendere: dopo la stanza 172 impudente, sfacciata, sta la 9.166.

Se fino ad allora si è seguito un metodo – le stanze pari tutte da un lato – ora è evidente che quel metodo non vale più; c’è da chiedersi se questo sia un caso isolato o se si ripeterà in altri tratti del corridoio; certo, quel 9.166, prepotente, sembra annunciare che la regola può essere improvvisamente messa in discussione, cambiata a capriccio, nei fatti smentita, come se in quel territorio, regolato da leggi autonome, non governassero logica, e neppure matematica.

In quel luogo – la sola presenza del 9.166 sembra segnalarlo – governa l’imprevisto, l’inatteso, l’imponderabile.

Ma non per tutti; alcuni l’imprevisto lo determinano, forse addirittura dall’interno della stanza 9.166; altri, che lo subiscono, non se ne lagnano o, cosa più probabile, non lo denunciano e accettano la stravaganza di una stanza eccessiva e ridondante, come espressione di una superiore volontà, alla quale adeguarsi senza critiche. Conformarsi fa sentire partecipi di una comunità, rende simili agli altri, protegge.

L’imprevisto diventa un legame che salda le coscienze e le carriere.

In copertina: Mario Schifano, Paesaggio Tv, 1970

Le dannunziane di Cristina Crespo

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Giu 092015
 

C’è tempo solo fino al 28 giugno per visitare a Roma la mostra di Cristina Crespo allestita a villa Torlonia, negli spazi della Casina delle civette.

danzatrici mostra

 

 

Una mostra apprezzata da moltissimi visitatori, anche non esperti di danza. Già perchè protagonista è la passione della danza, incarnata nei volti delle danzatrici di inizio secolo, IL SECOLO: il Novecento.

L’era di D’Annunzio e dell’estetica estenuata di veli, perle, sguardi, sospiri; l’era delle Danzatrici. Affascinanti, maliarde, coraggiose progenitrici di un’etica progressiva che preferiva alla cura materna la realizzazione di sè.

1369

 

Le avventure di Mata Hari o il tragico destino di Isadora Duncan hanno finito con l’offuscare la modernità di una pratica artistica che metteva il corpo al centro della comunicazione e lo venerava come un oggetto di culto. Un culto pagano, dagli inaspettati, futuri, risvolti civili.

GIARDINO DELLE MUSE DANZANTI: LE DANNUNZIANE
2 aprile -28 giugno 2015

Musei di Villa Torlonia – Casina delle Civette, Via Nomentana, 70 – Roma

1367


Oltre al catalogo della mostra dal titolo”Giardino delle muse danzanti. Le dannunziane”, edito da Campanotto, storico e benemerito editore d’arte di Udine (vi segnalo perciò che il catalogo è ancora in vendita presso il book shop di Villa Torlonia), è uscito da pochissimo un catalogo generale delle opere della Crespo: “Teatrini dell’ibrida immagine” edito da Allemandi che contiene scritti di Achille Bonito Oliva, Carlo Marcello Conti, Maria Cristina Crespo, Paolo Moreno, Maria Paola Orlandini.

Vi propongo il mio scritto.

Cristina Triumphans

Nel volume “CRESPO”, pubblicato da Electa nel 1999, compare ad illustrazione del testo dell’artista dall’esplicito titolo “L’opera d’arte è un trofeo d’amore”, la foto di due bambini, i figli piccoli di Maria Cristina, dolcissimi, complici e ancora miti; una foto inconsueta per un catalogo, che introduce quasi spudoratamente un elemento di intimità, varca la soglia della comunicazione ufficiale, si fa scandalosa, ben al di là di quanto abitualmente convenuto in simili e prestigiose occasioni editoriali che, nella carriera di un artista, servono a rendere pubblico un percorso professionale e a valorizzarne la qualità.

La scelta, caparbia immagino, di quella foto, esprime molto della Crespo artista più di quanto non dica forse, sulla Crespo madre: dice molto di quel suo essere tutta, sempre, intera, in ogni situazione.

pittura costanza piccola

Racconta di un’avida vocazione a comprendere senza escludere, a fagocitare il passato per farlo ostinatamente convivere, senza nessun sentimento di nostalgia, con il presente; di una curiosità vorace, democratica che spazia senza fratture dalla ceramica alla cartapesta, al marmo, alle stoffe, alle tele, al vetro; di una superba, gloriosa, concezione dell’arte e degli artisti che allo stesso tempo ne misura i limiti e i difetti, ed è in grado di riconoscere consapevolmente l’inevitabile coesistenza di alto e basso nell’animo umano: una pacificata accettazione che ricorda il disincanto di Federico Zeri, quella sua naturale propensione, tutta romana, alla mescolanza di tratti nobili e plebei, che diventa proficua premessa ad una comunicazione trasversale, che raggiunge cuori e menti le più diverse.

Questa capacità Cristina dispiega quando si cimenta nel lavoro televisivo con Art News e con Magazzini Einstein, i programmi di Rai Educational in onda dai primi anni 2000 e fino al 2013 su Rai Tre, su Rai Uno e su Rai Storia.

Qui ha modo di dimostrare la sua pressocché illimitata conoscenza della storia dell’arte e anche – e forse soprattutto – del costume, della vita quotidiana, dell’intimità (ancora!) degli artisti con i quali intrattiene, a prescindere dalla loro contemporaneità, un rapporto di solidale confidenza.

La sua non è mai una prospettiva teorica, asettica, astratta ma è frutto di conoscenza diretta di luoghi, case, palazzi e degli uomini e le donne che vi abitavano. Cristina conosce tutti i giardini d’Italia, i borghi dimenticati, le chiese, ma anche le montagne, le vallate, i fiumi, e li conosce perché li collega alle sue emozioni, alla vita che vi ha trascorso, alle persone che ha incontrato.

Da qui deriva la sua capacità di comunicarli trasmettendone i saperi vissuti.

Dell’agro pontino sa amorevolmente tutto, come ama appassionatamente il liberty, papa Pio II, il medioevo e il manierismo, grande amore anche del suo maestro, Angelo Canevari. Un altro romano fervente, in grado di esprimere con accenti confidenziali, anche dialettali, il tormento dei manieristi, lo spirito sanguinante di Pontormo, quella ricerca estetica che è ricerca di una realtà morale, considerazioni critiche che attraverso l’interpretazione di Canevari, svelano l’eterna attualità:  l’arte è una urgenza interiore insopprimibile e, al contempo, necessaria al progressivo procedere della società.

Con questo bagaglio, Cristina Crespo matura le sue preferenze stilistiche che la portano a prediligere artisti fuori dagli schemi, lontani da logiche commerciali, come i pittori naif dei quali è una partecipe esperta e che sono diventati protagonisti di una puntata di Magazzini Einstein “Essere naif”, realizzata in Sardegna durante un’adunata di poeti e pittori chiamati a raccolta dall’artista Efisio Cadoni.

La attirano gli eccentrici, gli artisti borderline, costituzionalmente alieni, esterni, che rinnovano ogni giorno la propria vocazione pagando, con leggerezza, il prezzo di disagi economici o di esclusioni sociali.

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Nel suo Pantheon siede a buon diritto Francis Bacon ma osservato dallo scrittore  Giovanni Testori che pubblica sulla rivista FMR nel 1985 un testo che, interpretato da Sandro Lombardi, la “voce” di Testori, viene portato in Tv, in esclusiva, per una nuova puntata di Magazzini Einstein: “Ecce Bacon. L’epopea dell’umano corpo”. 

Un pittore rinascimentale alla corte del Novecento, Francis Bacon, come un moderno umanista è Franco Maria Ricci, sublime divulgatore della necessità del superfluo, come versato nelle arti, è Testori, critico, artista, regista, poeta; uomini che hanno creduto in un’estetica procreatrice di civiltà.

Trame che si rincorrono nel tempo e nello spazio, come quello che separa la Campania dall’Oceano Pacifico e che Cristina colma nella “Via Lattea” opera realizzata per la metropolitana di Napoli, ma debitrice a Rubens del suo titolo; alla Stazione Augusto, Linea 6 il sasso di lava collocato al centro, viene dall’isola di Pasqua, un regalo ai napoletani, lo definisce; un legame ideale tra il Vesuvio e il Rano Kau, che passa per la vena grottesca del rubensiano Bartolomeo Strobel al quale si è ispirata.

Appartiene alla Crespo quell’attitudine dei veri intellettuali a creare collegamenti, a stabilire nessi, ad interpretare la cultura come un flusso ininterrotto di assilli, esperimenti, scambi.

Una catena di uomini e donne che si tendono la mano attraverso i secoli; chi percepisce questi legami conosce sul serio non solo la storia dell’arte ma la storia delle vicende umane; popolata di figure ritenute secondarie o di arti cosiddette minori che risplendono, agli occhi di Cristina di un valore mai inferiore a quello dei nomi più acclamati e delle discipline artistiche universalmente riconosciute.

La sua testarda passione per la danza del ventre, che pratica da anni con l’entusiasmo di una neofita, testimonia ancora una volta di una tendenza insopprimibile alla pienezza di sé che è un tratto della personalità di Cristina e che nutre la sua produzione artistica di pratiche quotidiane, sperimentate, vissute, che vengono disegnate, plasmate, colorate e cotte come nella sua ultima produzione di ceramiche sulle danzatrici.

Le femmes fatales l’hanno attratta da sempre, capitanate da quella marchesa Luisa Casati personaggio di spicco della cultura europea degli anni ’30 e ‘40, di cui è ardente ammiratrice e di cui scoviamo un piccolo ritratto sulla scrivania del Vate  durante una nostra visita al Vittoriale.

casati dettaglio

A lei Cristina ha  dedicato “Il giardino notturno della marchesa Casati” un’opera fastosa, superba, che ha circondato di piante lussureggianti nella mostra che ha voluto allestire in quel Grand Hotel di Gardone Riviera a pochi metri dalla casa di D’Annunzio, dove scendeva la divina Corè, e dove talvolta lei, musa ispiratrice di futuristi, poeti e fotografi, ritratta dal pittore più amato dei salotti di Parigi, Giovanni Boldini, era costretta ad aspettare anche qualche giorno prima che D’Annunzio le concedesse udienza.

Sono vicende come queste, con il loro carico di sofferenze ma anche di esplosione vitale e tripudio dei sensi che mandano in solluchero Cristina, perché incarnano la realizzazione di una sintesi, quell’identità tra arte e vita che rende entrambe degne di essere vissute.

A Gardone insiste per cercare “Il Divino Infante”, un Museo che raccoglie la collezione Hiky Mayr, gentilissima signora di origine tedesca che raccoglie da anni rappresentazioni di Gesù Bambino, reperendole su segnalazioni dei suoi “agenti”, nei mercati europei.  Un tripudio di bambini dormienti, regali, nudi o avvolti in abiti sfarzosi che suscita l’incanto e la malinconia di un paradiso perduto.  

Accanto alle sale espositive, in una stanza da lavoro, in grandi e piccole scatole ordinatissime su appositi scaffali, c’è un patrimonio di trine, nastri, bottoni, gemme, fili per rammendare gli abiti dei bambinelli più sfortunati che la signora Mayr conosce a menadito, scatola per scatola, e controlla con severità.

Qui l’entusiasmo incondizionato di Cristina diventa contagioso, perché quelle doti di studio, metodo e follia coltivate con discrezione e più spesso rintracciabili negli esperti stranieri che in quelli nostrani, sono quelle che più esaltano Cristina e che lei stessa pratica con un accanimento che talvolta rasenta l’ossessione.

Come nel caso della sua perfetta, maniacale, meritoria contrarietà ai cartelloni stradali che lei considera dei nemici personali piuttosto che oggetti che deturpano il paesaggio. Ne conosce a Roma dimensioni e caratteristiche per quartiere, ne segue l’installazione, inoltra proteste che puntualmente rimangono inevase e che puntualmente lei ripropone agli organi preposti.

La offende l’incuria, la sciatteria, l’indifferenza, e la anima il pensiero che il Paesaggio non è Filari Toscani, ma il marciapiede sotto casa tua, quello dove piazzano tavoli di ristorante e gazebo turriti, dove la quotidiana convivenza con l’osceno diventa abitudine.

Per la rubrica televisiva dal titolo “The making of” che chiedeva ad alcuni rinomati artisti italiani di realizzare un’opera in esclusiva per Art News, al termine del suo lavoro, proprio il “Giardino notturno della marchesa Casati”, Cristina si voltò a guardare la sua Casati e con tanto di smack le mandò un grande bacio.

Questa sua infantile impudenza rende autentica la sua opera e rara la sua anima.

1733

 

Alla pagina “biografie”, altre notizie su Cristina Crespo

Mag 302015
 

                     scuola Regina Margherita artisti al lavoro                            1877

Le porte del futuro

Ovvero… quando l’arte contemporanea si realizza in classe

con la partecipazione degli artisti

Elena Cappellini, Elisabetta Catamo, Michele De Luca,

Francesco filincieriSantinelli, Enrico Grasso, Salvatore Ravo, Giancarlo Savino, Nicola Spezzano

 con il patrocinio del Municipio I – Comune di Roma

Istituto comprensivo Regina Margherita – Scuola media statale Ugo Foscolo

Via Madonna dell’Orto 2  (Trastevere) – Roma

mercoledì 3 giugno 2015 – ore 18

Otto artisti, 12 porte di altrettante aule della Scuola media statale Ugo Foscolo, interna all’Istituto comprensivo  Regina Margherita di Roma, e un laboratorio che dal 21 marzo 2015 ha coinvolto 250 ragazzi e ragazzi dagli 11 ai 14 anni, un esperimento che punta a svelare di cosa è fatto il lavoro dell’artista, come nasce un’opera d’arte e come se ne percepisce il valore, riconsegnando l’arte alla sua fruizione pubblica, libera, in relazione con la vita quotidiana, come necessità dell’anima in grado di migliorare il futuro.

Tutto questo è Le porte del futuro, progetto ideato da Cinzia Russo, insegnante di Arte e immagine presso la Scuola media statale Ugo Foscolo, che ha sede nella prima scuola edificata dopo l’Unità d’Italia, con Giancarlo Savino, pittore, scultore, tra i soci dell’associazione di artisti Comunità X di Corviale (Roma), e ideatore negli anni Novanta della manifestazione “Studi Aperti”, primo tentativo di riavvicinamento diretto, senza filtri e mediazioni, tra artisti e pubblico.

Il progetto ha ottenuto il patrocinio del I Municipio.

L’appuntamento per ammirare Le porte del futuro – le 12 porte dipinte dagli artisti e le 12 porte dipinte da ragazzi e ragazze, insieme al documentario di Marco Polimeni che racconta i tre mesi del progetto – è mercoledì 3 giugno alle ore 18.

1874                              1875

Le porte del futuro vuole interrompere il circolo vizioso di gallerie, critici, curatori, stampa specializzata, regole di mercato, che nel corso degli ultimi 50 anni ha trasformato l’arte contemporanea in un prodotto per “addetti ai lavori”, pubblici selezionati in grado di “capire”, e che ha finito per imprigionarla in un “sistema” che spesso esclude la semplice esperienza emotiva della bellezza, l’elemento essenziale della relazione tra l’artista e il pubblico, tra l’opera d’arte e chi la osserva.

E lo fa mettendo al centro la scuola, in un incontro inedito tra artisti e giovanissimi, dove curiosità e stereotipi si confrontano apertamente, per sperimentare come prende forma l’ispirazione e come si traduce in creazione.

1864                               1865

“Camminando nei lunghi corridoi della scuola”, racconta Giancarlo Savino, “abbiamo notato le porte grigie delle aule e ci è sembrato davvero interessante tentare di edificare su di esse un lavoro pittorico. La porta si prestava a molte metafore e poteva essere oggetto di discussioni molto attuali: porta come limite, confine, attraversamento, margine, interno, esterno, passaggio… Proprio quelle porte che sono così cariche di significati per i ragazzi, perché sono oggetti noti con cui hanno una consuetudine di anni, diventano l’occasione per un’esperienza artistica, messaggio alle altre generazioni che di lì sarebbero passate”.

scuola regina margherita porta di savino             1870

Ha così preso corpo l’idea di dipingere la porta interna dell’aula attraverso un laboratorio con gli studenti tenuto dalla docente in collaborazione con un artista, mentre la porta esterna, che da sul corridoio, era affidata interamente all’artista per farne una “vera” opera d’arte.

1879                             1887

Gli artisti hanno partecipato a titolo gratuito al laboratorio, mentre la ditta Poggi ha sponsorizzato l’iniziativa, fornendo gratuitamente i materiali per realizzare i lavori.

Il 3 giugno alle 18 la scuola si aprirà alla cittadinanza per l’inaugurazione di questa inedita galleria d’arte con la partecipazione di tutti gli artisti, gli allievi e i docenti.

porta de luca                  1860

 

 

scuola regina margherita                    1882                    1889

 

Gli artisti de Le porte del futuro

Elena Cappellini

Diplomatasi al Liceo Artistico Giorgio De Chirico di Roma nel 2006, oggi studia all’Accademia di Belle Arti di Roma con indirizzo pittura, dove si sta specializzando con il Prof. Di Lorenzo. La sua ricerca pittorica è ancora in fase sperimentale e trae ispirazione dalla natura sublimandola in forme astratte. Le porte del futuro è la sua prima esperienza pubblica importante.

Elisabetta Catamo

Vive e lavora a Roma. Dal 1994 è titolare della Cattedra di Decorazione a Firenze. Allieva fra gli altri di Guccione, Carrino e Cordio, quindi di Scordia e di Avenali. Il suo immaginario attinge fin dall’inizio al mondo della natura, fonte primaria di coinvolgimento sensuale ed emotivo. Si dedica poi alla fotografia, istituendo una linea di ricerca del tutto particolare e atipica nel contesto della ricerca fotografica contemporanea. Recentemente realizza collage assemblando piume, grafite e legno dipinti, coerentemente con le precedenti esperienze e con un effetto di straniamento tipico della sua poetica. Ha esposto in mostre personali alla England & Co. Gallery (Londra), Wide Gallery (Tokyo), Galleria Il Diaframma (Milano), Palazzo Racani Arroni (Spoleto), Galleria Pino Casagrande (Roma) e in collettive alla Galleria Lorenzo Merlo (Amsterdam), Museo Regional de Puebla (Città del Messico), GRMS (Parigi), Palazzo S. Galgano (Siena), Galleria Blù (Milano), Galleria Peccolo (Livorno).

Michele De Luca

Nato a Pitelli, La Spezia, ha studiato all’Accademia di Belle Arti di Firenze e ha lavorato come scenografo in teatro e cinema. Artista e poeta, lavora a una distintiva e meditata linea di ricerca astratta che vede nella luce, componente anche fisica che interagisce con la pittura, un dato di costante riferimento; la sua parallela ricerca visiva e letteraria tende all’analisi delle forze primarie. Ha pubblicato poesie in riviste e antologie, raccolte poi nel volume antologico “Altre realtà”, Quasar, 2008. Ha esposto in gallerie, fondazioni  e musei in Italia e all’estero. Si sono occupati della sua pittura i critici d’arte Enrico Crispolti, Anna Imponente, Gabriella De Marco, Manuela Crescentini, Paolo Balmas, Flaminio Gualdoni, Guglielmo Gigliotti, Alberto Dambruoso e della sua ricerca poetica Stefano Giovanardi, Claudio Mutini, Giorgio Patrizi.  Mostre recenti: Associazione culturale Tralevolte, Roma, 2014 (personale); Museo del Complesso di Sant’Agostino, Cosenza, 2015; Galleria Carifano, Palazzo Corbelli, Fano, 2014; Galleria Comunale di Monfalcone; Galleria La Bottega, Gorizia, 2014 (personale); Palazzo Bentivoglio, Bologna, 2013 (personale); MACMa, Museo Arte Contemporanea Matino, Lecce, 2013; Chiostro della chiesa di San Francesco, Pienza, SI, 2012 (personale); Saarijarven Museo, Saarijarvi, Finland, 2012; Museo comunale Casa Deriu, Bosa, 2011, (personale); Chiostro di San Nicola, Anacapri, 2010 (personale).  Vive e lavora a Roma, dove insegna all’Accademia di Belle Arti.

Francesco filincieriSantinelli

Romano di nascita, si trasferisce giovanissimo a New York, diplomandosi presso la Parsons School Design in pittura e decorazione. “Il suo lavoro è fondamentalmente senso emozionale del colore che tratta quasi sempre attraverso sottili velature, rimandando allo sguardo un senso di perduto, ma non come melanconia del tempo passato, quanto piuttosto del futuro”. Tra le varie mostre collettive, è invitato nel 2009 alla Biennale piccolo formato curata da Philippe Daverio. Dal 2008 è socio fondatore dell’associazione di artisti Comunità X di Corviale, con interventi urbani tra cui i murales di via Fabrizio de André alla Magliana (Roma).

Sue opere sono in collezioni pubbliche e private. Vive e lavora a Roma.

Enrico Grasso

Diplomato all’Accademia di Belle Arti di Roma, dopo esperienze nel campo della grafica pubblicitaria, si dedica alla pittura.  La sua opera fa riferimento alla pop art in quanto più vicina alla sua formazione. Ha esposto in varie città italiane. Le mostre più significative sono state a Venezia alla Scoletta dei Callegheri, a Firenze al Palazzo Coveri e a Milano, presso la Galleria Zamenov.

Salvatore Ravo

Nasce a Napoli. Dalla fine degli anni ’70 in poi, vive ed espone in diversi paesi: Spagna, Inghilterra, Belgio, Scozia, Cuba, Polonia, Portogallo. Ha vinto diverse borse di studio per soggiorni in India, Spagna, Inghilterra. Collabora con diverse rassegne jazz: “Time in jazz” di Berchidda, Sardegna, insieme a Paolo Fresu, artista per il quale ha firmato anche alcune copertine di album; per dieci anni coopera al “Pomigliano Jazz Festival”, prendendo parte a concerti live di jazzisti con la realizzazione di opere in progress. Ha lavorato a scenografie teatrali; sua la direzione artistica di “Festival delle Arti”; ha curato mostre internazionali tenendo seminari sul colore in diverse scuole d’Italia, Inghilterra, Cuba e Spagna. In anni recenti arricchisce la sua espressione artistica utilizzando linguaggi quali la fotografia, le installazioni, la scultura.  Invitato a diverse rassegne internazionali, le sue opere sono accolte in musei, collezioni pubbliche e private.www.ravosalvatore.wix.com/web

Giancarlo Savino

Pittore e scultore, napoletano di nascita, ha vissuto a Milano, Copenhagen e Parigi trasferendosi infine a Roma nel 1997 dove tutt’ora risiede. Nel 1986 ha fondato il movimento Studiaperti con l’intento di affrancare l’arte dalle logiche di mercato e dalle lobby imperanti nei circuiti ufficiali delle gallerie. Figura centrale delle sue opere è l’essere umano, trasfigurato secondo uno stile che Antonio Tabucchi ha definito “una commistione tra un segno espressionista e il tratto leggero della china e dei toni delicati dell’acquerello”. A partire dal 1977 le sue creazioni (quadri, disegni, sculture e installazioni) sono state esposte in numerose mostre personali e collettive sia in Italia che all’estero entrando a far parte del patrimonio di collezioni pubbliche e private italiane e straniere. Presente nella Storia dell’arte del Novecento italiano. Nel 2011 è invitato alla Biennale di Venezia.

Nicola Spezzano

Nato a Pallagorio (KR) nel 1956, vive e lavora a Roma, dove insegna Decorazione all’Accademia di Belle Arti.

Svolge da anni un’intensa ricerca espressiva che mobilita soluzioni diverse e materiali vari; ha dedicato infatti un’attenzione specifica anche alla scultura.

Nell’ambito della pittura il paesaggio ha una risonanza preminente; da qui parte una serie di rilievi concettuali che collocano l’essere umano, anche se solamente alluso all’interno delle sue tele, al centro della dinamica esistenziale della natura.

Ufficio stampa:  Cristiana Scoppa, 339 1488018 –  scoppa.cristiana@gmail.com

 

1862

 

 

Biografia di Germana Galli

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Apr 172015
 

Germana Galli nata a San Lazzaro di Savena, Laureata in Lettere, Università di Bologna

–          Ideazione e realizzazione evento Re_place 1 con opera – laser nella città di Mario Airò, Testo di Pier Luigi Sacco, finanziamento regione Abruzzo, L’Aquila aprile 2009.

–          Ideazione e coordinamento editoriale del trimestrale MU6 Il Giornale dei Musei d’Abruzzo, editore Associazione Amici dei Musei d’Abruzzo, direttore responsabile dott. Walter Capezzali. Dal 2006 hanno realizzato copertine e poster artisti come Ettore Spalletti, Giulio Paolini, Joseph Kosuth, Marco Gastini, Mimmo Paladino ecc.

–          Incarico per la realizzazione della mostra “Musei al Museo”- una vetrina dei tesori d’Abruzzo – Associazione Aquilana Amici dei Musei, finanziamento Regione Abruzzo, Castello Cinquecentesco, maggio 2004.

–          Redazione pieghevole “Cronache d’Abruzzo” per l’Istituzione Perdonanza Celestiniana, diffuso con il quotidiano Il Tempo a Roma, il 25 agosto 2002.

–          Redazione guida “Musei d’Abruzzo” ed. Gruppo Tipografico Editoriale, (AQ) 1997.

–          Realizzazione mostra e redazione pubblicazione relativa “Arte moderna nel manifesto”, Comune di Roseto degli Abruzzi, 1995.

–          Realizzazione mostra “Il guerriero, il cavallo e il verso immortale”- 10 artisti per il Cavallo di – Teatro Stabile Abruzzese, Ass.Teatrale Abruzzese e Molisana, Taverna Ducale, Popoli, (AQ) 1993.

–          Organizzazione mostra “Louis I. Kahn” ,Galleria Comunale d’Arte Moderna, (BO) catalogo Electa ed. (MI), “ Bologna Arte Architettura” progetto Proff. Francesco Dal Co e Pier Giovanni Castagnoli, catalogo Electa, 1991.

–          Organizzazione mostra e relativo convegno “I musei di James Stirling” Galleria Comunale d’Arte Moderna,(BO), “ Bologna Arte Architettura” , progetto proff. Francesco Dal Co e Pier Giovanni Castagnoli, catalogo Electa , 1990.

–          Ideazione e realizzazione “Il futuro presente” Arte Contemporanea nelle collezioni italiane, Arte Fiera, (BO) Catalogo ed .Essegi, (RA), 1989.

–          Organizzazione mostra “Viaggio in Italia” opere di Balthus, Beuys, Dias, Henry, Jorn, Lam, LeWitt, Nagasawa, Pepper, A & P.Poirier, Twombly; Museo d’Arte Moderna di Ravenna, Catalogo Essegi, (Ra), testo di Henry Martin, l988.

–          Ideazione e realizzazione mostra “L’autoritratto non ritratto nell’arte contemporanea italiana” Bologna e Ravenna al Museo Loggetta Lombardesca, catalogo Essegi, (Ra), testo di Omar Calabrese, 1988.

–          Coordinamento mostra “Under 35 i giovani artisti dalla giovane critica”, promossa dall’Ente Autonomo per le Fiere di Bologna, catalogo Centro Di, (Fi), testo di Enrico Crispolti. 1988.

–          Coordinamento mostra “Under 35 cento artisti da cento critici”, promossa dall’Ente Autonomo per Fiere di Bologna, catalogo Centro Di, (Fi), 1987.

–          Organizzazione mostra fotografica di Evaristo Fusar “ La Francia degli anni sessanta” Bologna e Milano, catalogo Le Monnier, testo di Enzo Biagi, 1986.

–          Catalogazione della collezione di Arte Contemporanea del comune di San Gimignano, (Si) e organizzazione della mostra di Marco Gastini, 1986.

–          Progettazione e realizzazione della mostra “L’immagine pubblicitaria dell’arte”promossa dall’Ente Autonomo per le Fiere di Bologna, catalogo AZ, Verona, 1985.

–          Coordinamento mostra “Lo stilista e i suoi fotografi Armani, Ferrè, Krizia, Missoni, Schon, Versace “; promossa dall’Ente Autonomo per le Fiere di Bologna, catalogo AZ, Verona, 1984.

–          Dal 1977 al 1984 lavora presso la Galleria d’Arte Contemporanea Studio G7 di Bologna curando mostre personali degli artisti : Abramovic, Galliani, Anne e Patrick Poirier, Guerzoni, Zorio. Gastini, Spagnulo, Mainolfi, Beckley, Penone, ecc.

–          Partecipa a diverse edizioni delle Fiere di Colonia e Basilea con stand espositivi.

–          Collabora alla rivista G7 Studio con la direzione dei proff. Francesca Alinovi e Renato Barilli.

 

germana galli