Nov 112014
 

Ancora la tragedia de L’Aquila oggi in prima pagina. La cronaca del lutto di una città non finisce mai.

Rileggiamo allora insieme l’intervista che Germana Galli ha rilasciato a le buone culturali.  

Ho conosciuto Germana Galli a L’Aquila, nel 2011, alla seconda edizione di RE-PLACE: tra le macerie, ostinata, esponeva le opere di alcuni prestigiosi artisti italiani che di buon grado l’avevano seguita nella follia di celebrare il valore della cultura proprio nel momento più disperato della città, come segno che la resa era lontana e che l’arte restava sulle barricate come monito e speranza.

A capo della redazione di una rivista, MU6, edita dall’Associazione Amici dei Musei d’Abruzzo, dal 2006 ad oggi, ha seguito le fasi di un percorso culturale che parte dalla normalità di una delle tante città d’arte della provincia italiana, attraversa il lutto del terremoto e arriva oggi a proiettarsi nello scenario della ricostruzione di una città sostenibile, una città non com’era ma come sarà.

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Il nuovo Auditorium de L’Aquila, progetto di Renzo Piano

 

La sua decisione di lavorare nel campo della cultura e dell’arte: da dove nasce e con quali motivazioni?

R  Sono stata la più piccola di quattro figli ed ero affascinata dalle cose che i miei fratelli facevano: in particolare da mia sorella Gilberta studente del liceo artistico. Ero attratta dai suoi libri  d’arte e dalle conversazioni che coglievo con i suoi amici artisti. A quell’epoca a Bologna, dove vivevamo, c’era un clima culturale vivace e questi giovani, grandi fumatori e dall’ aspetto trascurato, uscivano dai canoni tradizionali proprio per le cose che facevano: in casa c’era sempre la creta e un grande quantitativo di fogli con bozzetti e appunti. Andavano per mostre covando la speranza di conoscere e farsi conoscere. Capitava che mi portassero con loro, ero troppo piccola per capire ma mi piaceva. Ho continuato a frequentare le gallerie e i musei ma i miei genitori desideravano per me l’insegnamento.

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Via Tre Marie “Canestro”, intervento di Giovanni Albanese, L’Aquila, 2011

D Il suo lavoro: un piacere personale o una responsabilità civile. Nell’ attuale situazione della città de l’Aquila dove lei vive, cosa la spinge ogni mattina a rinnovare il suo impegno quotidiano nella cultura?

R Dopo l’università avrei potuto insegnare perché i giovani mi piacevano ma ebbi uno scontro con il mondo degli insegnanti che mi fece orrore anche solo l’idea di salire in cattedra. Erano i tempi post sessantotto, avevo sostenuto esami, tra gli altri, di psicologia e sociologia, avevo trascorso nottate a camminare nelle stradine del centro di BO parlando di politica, d’arte e di speranze. Siamo stati la generazione dei no ai genitori. A teatro si vedevano spettacoli di ricerca, il Living, Fo, Paolo Poli e Carmelo Bene. Marina Abramovic con Ulay scuotevano la mentalità borghese della città. E poi ricordo le giornate a Milano per mostre e a Venezia le maratone della Biennale. Al mondo dell’espressione contemporanea sono rimasta legata come appartenenza anzi come modo di essere per cui il lavoro coincide con i miei interessi che sono anche di diffondere la conoscenza dei beni culturali e della creatività.

Sarei così a qualsiasi parallelo e ancor più di così a L’Aquila, dove vivo da oltre venti anni, città che sta tentando di sopravvivere ad un disastro naturale di proporzioni gigantesche.

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Palazzo dell’Emiciclo, “Enigma del centro” di Licia Galizia e Michelangelo Lupone, L’Aquila, 2011

L’arte è un patrimonio di tutti? Nella rivista che dirige o negli eventi che organizza, come affronta il problema del linguaggio per comunicare l’arte? qual è l’utente di riferimento della sua attività?

R Certo l’arte è a disposizione di tutti quelli che, senza preconcetti, la frequentano. Ho sempre notato che chi è affascinato dal contemporaneo è un “cliente abituale” di tutte le forme e le epoche d’arte, mentre questo non vale al contrario.  L’eccesso di bella e brutta comunicazione nel quale ci dibattiamo ogni giorno mi ha fatto pensare, otto anni fa, che l’arte si percepisce, si gusta, nel silenzio cioè nel momento in cui una persona è disponibile, pensiamo alla musica, così sono le altre espressioni. Abbiamo pensato ad una free press di bei contenuti e di bell’aspetto che fosse appunto un dono e che come tale venisse scelto dalle persone come piccolo patrimonio di benessere, come una spa !!! Penso sempre che siano i giovani ad essere curiosi ed è a loro che pensiamo nel fare il numero. Parliamo del presente perché è il tempo più vicino al futuro.

Le nostre iniziative sono quasi sempre in collaborazione con istituti scolastici proprio per coinvolgere i giovani ( vedi le tre edizioni di RE PLACE ). Certo la riforma Gelmini ha cancellato lo studio della storia dell’arte da alcuni istituti…

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Piazza Duomo, “Le luci e le ombre dell’amore” di Fabrizio Corneli, L’Aquila, 2011

Quali sono i maggiori ostacoli che ha incontrato o incontra sul suo cammino professionale? La burocrazia? La mancanza di fondi? Retribuzioni non adeguate? Un esempio di queste difficoltà.

R Tutto il mondo del volontariato è contornato da poco interesse da parte delle istituzioni in modo particolare se ti occupi del contemporaneo che è vissuto come una nicchia e con pochi numeri anche elettoralmente parlando. Potrei raccontare cose ormai divenute ahimè banali come fondi pubblici arrivati un anno dopo l’iniziativa o soprintendenze arroccate a difendere la “storia”. Penso alle specificità come soluzione per i territori che non hanno torri pendenti o arene, cioè la grande provincia italiana che è densa di peculiarità e che potrebbe unirsi nella fatica dell’emergere dell’arte, per raggiungere anche un obiettivo di rilancio economico.

 Ha mai pensato di mollare? E perché non l’ha fatto?

R Sì, un paio di volte, ma per poi fare cosa ? C’è sempre una piccola soddisfazione del momento che mi fa andare avanti. E poi MU6 è diventato il luogo  di molti giovani e in particolare della redazione, motore del giornale.

 

rivista MU6

 

Nel campo dei beni culturali, soprattutto a livello istituzionale, si rileva un’elevata presenza di donne, molte delle quali hanno anche raggiunto posizioni gerarchiche apicali.

Quali sono, secondo lei, le ragioni di questa femminilizzazione?

R Gli ambiti lavorativi che non apportavano mete particolarmente “alte” sono state lasciate in uso alle donne perché non dimentichiamo che solo recentemente si sta rivalutando il settore.

Sarebbe arbitrario mettere in relazione la sottovalutazione sociale, la scarsezza di risorse finanziarie del settore dei beni culturali in Italia, con la forte presenza femminile?

No, non è arbitrario.

 Il lavoro di cura nel settore dei beni storico artistici presenta delle caratteristiche che si possono definire “femminili”? O attribuire ad una qualche “innata” vocazione di genere, assimilabile a quella destinata alla famiglia, ai bambini, agli anziani?

R Non credo sia preferibile la donna  nel lavoro dei beni storici artistici, penso sia auspicabile che la persona di riferimento abbia la dovuta preparazione e sensibilità.

Nella sua esperienza di lavoro, ci sono state occasioni nelle quali la soluzione di un problema è stata determinata anche dalla capacità delle donne di fare rete?

R In tanti anni di lavoro come dipendente, libero professionista e volontario ho troppe volte dovuto constatare che nel lavoro noi donne non siamo capaci di fare rete e raramente di essere solidali, mi auguro che ad altre sia andata meglio.

 Abbiamo lanciato l’ipotesi della formazione di una lobby – termine scelto provocatoriamente – femminile della cultura, che rovesci, insieme alla lateralità delle donne, anche quella dei beni culturali. Cosa ne pensa? Il ruolo attivo delle donne potrebbe scardinare pregiudizi e convenzionalità?

R A volte penso che non aver partecipato, per secoli,  alle soluzioni politiche e sociali  del nostro paese abbia preservato il genere femminile da una contaminazione negativa ma mi auguro che una sana competizione e quella famosa meritocrazia che da qualche parte deve essere pur praticata, abbia il sopravvento per evitare di metterci, con le nostre mani, in un ring.

germana galli

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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